Il 18 agosto 2006 moriva Albino Reggiori, ceramista e pittore. Sono passati vent’anni, ma il tempo, efficientissimo nel fare il suo perverso mestiere, cancellare cioè i nomi, scolorire le fotografie, pensionare i ricordi, non sbaglia quasi mai un colpo.
Con Reggiori, però, qualcosa gli è sfuggito di mano.
Perché le sue basiliche sono ancora lì. E le sue ceramiche pure. Con i rosoni, le bifore, le torri, gli archetti, i colori e quei segni che sembrano nascere dal nulla e poi, con una certa ostinazione, decidono di farsi materia. Chiara Gatti, critica d’arte de La Repubblica, ha scritto che le sue cattedrali sono diventate «emblemi della sua devozione verso iconografie radicate nella tradizione primitiva italiana».
Detta così sembra una frase riservata agli specialisti. Una di quelle davanti alle quali si annuisce lentamente, con l’aria di chi ha appena avuto un’illuminazione, mentre dentro di sé sta ancora cercando l’interruttore.
Tradotta per i comuni mortali: Reggiori guardava al passato senza copiarlo.
E questa, nell’arte come nella vita, è una delle cose più difficili. Copiare una forma antica è alla portata di molti. Prenderla, attraversarla, cambiarle il respiro e restituirla con una voce che non appartiene a nessun altro è un’altra faccenda. Reggiori non faceva archeologia. Faceva memoria.
Nelle sue mani di ceramista, poi, la terra smetteva di essere soltanto terra e diventava qualcosa che tratteneva la luce e non la restituiva mai uguale. Quelle mani le ha ricordate Angela, sua figlia, raccontando con grande tenerezza gli ultimi giorni del padre: «Papà si è spento in silenzio la mattina del 18 agosto alle 8:45 mentre Alberto ed io eravamo con lui. […] Molte volte, durante la sua malattia, quando ormai papà non lavorava più, guardavo i suoi begli occhi azzurri e gli accarezzavo le mani dalle lunghe dita affusolate…».È difficile leggere queste parole senza commuoversi. Erano le stesse mani che per una vita avevano disegnato, costruito, modellato, corretto e rifatto da capo. Poi, nell’ultimo tempo, si erano fatte lentamente silenziose: avevano smesso di plasmare, di creare, perfino di correggere. E, ormai immobili, sembravano più fragili, più miti, quasi ingentilite sotto lo sguardo di Angela e nelle sue carezze. Le lunghe dita affusolate custodivano ancora, senza dirlo, la memoria di tutto ciò che avevano creato. Poi si fermarono per sempre. Era il 18 agosto 2006, alle 8:45.
(Alberto Palazzi)

Lo sguardo di Reggiori, fisso sulla tela, e la tensione della sua mano riflettono l’immersione totale nel processo creativo. Sembra isolato dal mondo circostante, catturato nel momento dell’ispirazione.