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Un uomo, un ufficiale, un maestro di vita: il Capitano Renato Malpighi di Felice Magnani

 11 Novembre 2025 |  Pippo | |

Un ricordo sincero e commosso del Capitano Renato Malpighi, ufficiale esemplare del 68° Reggimento Fanteria “Legnano”, capace di unire disciplina e umanità. Successivamente divenuto Generale, ha lasciato un’impronta profonda nella vita dei suoi soldati con la sua saggezza, il suo equilibrio e la sua straordinaria umanità.

L’ANGOLO DEL RICORDO

IL CAPITANO RENATO MALPIGHI (1973 – 68° REGGIMENTO FANTERIA LEGNANO BERGAMO – 4° COMPAGNIA- MORTAI DA 120)

di Felice Magnani

 Il capitano Renato Malpighi (Foto da Internet)

Figura composta, signorile, sguardo profondo, attento, capace di leggere al volo la fisionomia di un carattere, un ufficiale votato all’obbedienza, senza mai perdere la visione umana delle cose e delle persone, un emiliano capace di farsi amare e rispettare dai soldati per quella sua capacità davvero unica di capire i bisogni degli altri, di saperne comprendere e posizionare positivamente le aspirazioni e le attese, sdrammatizzando e valorizzando, senza mai dimenticare i ruoli e le appartenenze. Perché gli ho voluto bene? Per mille motivi. Il capitano mi ha fatto capire, fin da subito, che il suo giudizio non era figlio di un potere, era il frutto di un’osservazione che partiva da lontano. Non si limitava a esercitare un’autorità, amava conoscere a fondo e valorizzare i soldati, aveva una paterna considerazione dei militari di leva, soprattutto di coloro che non eccellevano per obbedienza e rispetto, aveva capito che nel cuore e nella mente di ogni persona c’è uno spazio sensibile su cui potersi appoggiare per modificare in meglio un carattere o una condizione. Di me sapeva tutto, molto probabilmente si era informato, per essere certo chi fosse quel giovane militare che era arrivato alle sue dipendenze come mortaista da 120, alla Caserma Montelungo di Bergamo. Sapeva che ero laureato e che il servizio militare avrebbe rallentato il mio inserimento nel mondo del lavoro, me lo ha fatto capire in mille modi, ma una sua frase mi ha colpito in modo particolare: “Caro Magnani, sappi che la vita è bella anche quando potrebbe sembrare brutta, sta a noi dare un senso compiuto a quello che facciamo, dobbiamo essere noi gli artefici della nostra vita. Domattina presentati al Palazzo Comando, nell’ufficio del maggiore Renato Bailo, sappi che ci sarà un altro militare di leva con te, spetterà al maggiore la scelta di quale dei due dovrà lavorare nel suo ufficio, coraggio!”. Mi aveva fatto capire che aveva pensato a me per un servizio militare di leva un po’diverso, più idoneo alla formazione di un cittadino capace di interagire positivamente non solo in ambito militare, ma anche in quello civile. Con il maggiore Bailo ho imparato a usare la macchina da scrivere, a scrivere testi di una certa rilevanza, ho capito quanto fosse importante avere sempre un comportamento corretto, lavorare con impegno, senza mai lamentarsi. La collaborazione con il maggiore è stata fondamentale, perché ha stimolato la mia voglia di fare, di sentirmi utile, di lavorare con determinazione, ho imparato a fare e a fare bene, usando la lingua italiana nelle sue articolate declinazioni.  Il tempo trascorso con il maggiore è stato una importantissima lezione di vita, ho imparato infatti a dare un senso più completo al mio essere persona e militare contemporaneamente e di questo devo dire grazie al capitano Malpighi. Lo potevi trovare negli spazi meno frequentati della caserma, oppure nel suo ufficio, aveva una particolare attenzione per i problemi dei suoi soldati, sapeva come fare per creare le condizioni di una vita militare più umanamente accettabile. Era un grande osservatore, capiva e sorrideva, trovava sempre la parola giusta per rendere più familiare e leggero un incontro. C’era sempre, soprattutto nel momento del bisogno, non era avvezzo a punire come qualche suo collega, amava dialogare, era un bravo psicologo. Sembrava che non ci fosse, in realtà c’era sempre. Sapeva intrattenere i soldati, coinvolgerli, motivarli e consigliarli, distribuiva pillole di saggezza ovunque, anche dove la saggezza era sottomessa a un forte potere impositivo. Era un comandante schivo, pragmatico ed essenziale, affabile e cortese, pronto al sorriso, capace di mettere una buona parola per stemperare un’attesa, un malessere, un disagio, era un militare che della vita sapeva cogliere sia gli aspetti positivi sia quelli negativi, ne comprendeva la forza e la grandezza. Del capitano non posso dimenticare la paterna attenzione nei miei confronti, quel suo amabile desiderio di veder migliorare sempre un pochino di più la mia vita, in caserma e fuori. La sera prima del congedo, ha voluto che ci si ritrovasse tutti, soldati, ufficiali e sottufficiali, in un ristorante di Bergamo. Anche in quella circostanza ha voluto che tenessi io il discorso di commiato. Ero commosso e anche un po’ sorpreso, mi aveva scelto per parlare del servizio militare, per testimoniare una parentesi di vita comune, vissuta nella storica caserma Montelungo. Ero molto emozionato, ma fiero, capivo una volta di più che nella vita bisogna accettare tutto quello che ci viene incontro con rispetto e accoglienza e che l’educazione è il valore che fa la differenza, che ci permette di farci amare e rispettare. Una serata bellissima l’ultima di leva, un momento in cui l’umanità di un capitano creava l’occasione per rendere gli onori a quel servizio spesso frainteso e non sempre giustamente vissuto. Un personaggio molto in gamba il capitano Malpighi, un galantuomo che sapeva farsi capire al volo, senza mai ricorrere all’esercizio del potere, sempre con quella sorridente leggerezza che apriva il cuore di noi soldati alla fiducia e alla speranza in un futuro migliore. Mi capita spesso di pensare a quel periodo, alla vita della caserma, ai personaggi che ho incontrato, a quelli ai quali ho voluto bene, mi capita di ricordare anche i momenti difficili, quelli in cui ti sembra tutto così strano, così diverso, proprio come quando diventa difficile rispondere signorsì quando nel tuo cuore e nella tua mente si vorrebbero alzare le barricate del no, quando ci sono verità che contrastano e di cui diventa difficile celebrare un’armonia, ma il servizio prestato è servito anche a questo, a mettere ordine in me stesso, in chi ero e in che cosa volevo, ha messo ordine nelle mie priorità, nel mio atteggiamento, nel senso di una storia che non è mai risolutiva, che non è mai vincente, ma che ha sempre bisogno di essere ripassata, studiata, rielaborata e capita. Il capitano è stato un bene prezioso incontrato per caso sulla mia strada, ma l’esperienza vissuta ha arricchito il mio modo di essere, facendomi capire il vero significato di una divisa, l’importanza di saperla portare nel pieno rispetto della nostra amatissima Costituzione, mi ha fatto comprendere quanto sia importante imparare a obbedire, saper accettare, fare amicizia con tutti, perché nelle camerate di una caserma trovi militari provenienti da ogni parte del paese, ciascuno con una lingua diversa, una cultura diversa, un modo di porsi e di essere, diversi. Ma la vita è bella proprio per questo, per le fantastiche opportunità che sa offrire. Il capitano Malpighi, diventato generale, è stato bravissimo, perché riusciva sempre ad armonizzare tutto, mediava, valorizzava, voleva bene, capiva i problemi dei suoi soldati e faceva di tutto per rendere più gioiosa la loro vita. Ecco perché è rimasto nel cuore di molti che lo hanno conosciuto e stimato.

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