I due articoli di Felice Magnani offrono una riflessione intensa sulla crisi educativa e democratica del nostro tempo.
Nel primo, emerge il bisogno di riscoprire valori spirituali e relazionali, anche attraverso figure come Gesù di Nazareth e Papa Francesco, per ricostruire un nuovo umanesimo. Si sottolinea il ruolo fondamentale di famiglia, scuola e comunità nel contrastare individualismo e materialismo. Il secondo articolo analizza invece le fragilità della democrazia italiana, tra conflitti, perdita di autorevolezza e crisi del dialogo. Entrambi convergono su un punto: solo educazione, responsabilità e rispetto possono rigenerare società e istituzioni.

CI SONO MOMENTI NELLA VITA DI UNO STATO IN CUI LE DIFFERENZE DEVONO RACCOGLIERSI, PER FARE IN MODO CHE CIASCUNO POSSA FARE LA PROPRIA PARTE, NEL PIENO RISPETTO DELLE REGOLE E DELLE NORME CHE STANNO ALLA BASE DI UNA DEMOCRAZIA CONQUISTATA CON TANTA FORZA E DETERMINAZIONE.
di Felice Magnani
La democrazia italiana sta attraversando un momento molto complicato, caratterizzato da varie forme di radicalismo, in cui diventa sempre più difficile mettere in campo un confronto critico che trovi nel dialogo, nell’educazione verbale e in varie forme proattive di collaborazione super partes, il modo di rafforzare quei principi e quei valori che sono i pilastri sui quali è nata e si fonda la nostra Costituzione. Fermo restando che la storia, ogni storia, abbia una sua particolare caratterizzazione culturale, morale, politica, economica e sociale e una cospicua dose di esperienza identitaria, mai come oggi si rende necessario creare quelle condizioni legalitarie che possono dimostrare sul campo, quanto sia utile per tutti, entrare in una fase più umanamente collaborativa del processo di identificazione democratica. Una democrazia senza autorità, perde la sua autorevolezza, una società che tende a sopravvivere senza avere ben chiaro quale sia il livello di autorevolezza da esercitare rischia di perdere forza e identità. Cosa si può fare per rivalutarla? Per prima cosa dimostrare ai cittadini che l’autorità non è un assoluto, categoria filosofica o imposizione, bensì espressione di valori che caratterizzano e determinano il senso vero e profondo di un’appartenenza. A cosa serve l’autorità? Forse a determinare con più rispetto i rapporti e le relazioni che intercorrono dentro il sistema. L’autorità è tanto più autorevole quanto più si fonda sul rispetto reciproco dei contraenti. Rispetto è parola di grande rilevanza educativa, dovere che riguarda tutti i cittadini indistintamente, base fondamentale della vita civile. Chi rispetta l’autorità ha ben chiara la linea dei diritti e dei doveri che alimenta e determina il cuore della nostra democrazia. Uno dei grandi temi della democrazia moderna si lega alla sicurezza, alla difficoltà di riuscire ad arginare varie forme d’illegalità che dominano la stabilità istituzionale dello stato e della società civile. La politica è condizionata in molti casi da un pensiero ideologicamente ancora troppo chiuso e impositivo, ancorato a retrospettive violente, che annullano la possibilità di un confronto nuovo e moderno, capace di dirimere e orientare quell’inaccettabile dose di aggressività che caratterizza il mondo in cui viviamo. La storia di questi anni dimostra quanto sia instabile, aggressivo e contraddittorio il momento che stiamo vivendo, quanto sia ancora accesa di velleitarismo la forza democratica del diritto e quella della libertà, ancora capaci di creare le premesse di guerre, di prolungati antagonismi e di costante instabilità. L’instabilità democratica di questi anni crea problemi che si riflettono con forza sul sistema della comunicazione verbale, sono sempre più frequenti, infatti, i litigi, le prevaricazioni, le intimidazioni, le aggressioni, le falsità e le bugie perpetrate con assoluta mancanza di senso di responsabilità. Uno dei problemi della società contemporanea è la svalutazione del sistema educativo, quello che ha potuto contare fin dalla sua nascita sulla forza di un sistema famigliare costruito sulla coesione, sulla necessità di puntare alla rinascita di un paese piegato da due guerre mondiali. Famiglia, scuola ed educazione rimangono i cardini di un paese che ha potuto ritrovare la via della propria rinascita, soprattutto nei momenti peggiori, mettendo in campo quei talenti e quelle capacità grazie alle quali il paese si è distinto nel mondo dopo gli anni duri delle guerre e delle migrazioni di massa. Lo Stato ha bisogno di cittadini che sappiano guardare avanti con fiducia e perseveranza, che sappiano far vivere la propria intelligenza e che la sappiano distribuire con impegno e caparbietà, finalizzando il proprio impegno alla conquista del bene comune. Rimettere in moto la sicurezza dei cittadini e dello Stato non è solo un dovere civico e costituzionale, è imperativo categorico di una nazione che vuole continuare a esercitare i propri talenti, restituendo ai milioni di uomini e donne e giovani la certezza che la volontà, l’impegno, la determinazione e il buon senso siano ancora quelli che nel corso della storia ci hanno permesso di diventare una realtà nuova e moderna, permettendo alla gente di poter determinare liberamente la propria vita, nel rispetto delle leggi e delle più elementari regole di convivenza, mettendo davanti a tutto l’impegno di una nazione che si muove alla ricerca di una sempre più viva e forte identità democratica.
UN PO’ DI TRASCENDENZA
Felice Magnani
E’ avvilente vedere e sentire che diventa sempre più difficile educare, che i giovani siano diventati ostaggio di una tecnologia irriguardosa e assolutizzante, di un progresso che apre da una parte e chiude dall’altra, quando il mondo in cui viviamo è uno straordinario serbatoio di ricchezze che aspettano solo di essere risvegliate e sollecitate per entrare con forza nell’evoluzione umana. Forse l’educatore non sa più scandagliare, investigare, non sa più sottoporsi all’esame di una coscienza critica attenta, capace di mettersi in relazione con quella espressività sociale di cui il mondo giovanile è un’autentica rappresentanza. Forse basta poco per ritrovare il filo, basta magari rimettere in moto un approccio, affidando l’intermediazione a quel Gesù di Nazareth di cui ci siamo dimenticati, ma che ci è stato di grande aiuto nel ricomporre quel sofisticato sistema relazionale che è stato il vero motore della nostra vita e della nostra storia. Oggi si parla pochissimo di trascendenza, si parla pochissimo di valori, si accetta un materialismo senza limiti, si cercano disperatamente l’assenza, l’evasione, la fuga, come se la vita non avesse più nulla da offrire, come se improvvisamente tutta la ricchezza del passato non servisse più a nulla. Eppure gli approdi che contano sono ancora tutti lì, aspettano solo che la coscienza umana li sappia riprendere. I genitori, i nonni, la famiglia, la scuola, la fatica, l’impegno, il lavoro, la cultura, la storia, la bellezza, l’arte, tutto è rimasto al suo posto, tutto è lì pronto per dimostrare che la vita ha ancora tutte le sue carte da giocare, partendo da una visione fondata sull’ orgoglio e sull’ unità, partendo dalla convinzione che nel cuore dell’umanità si giochino le carte più importanti. Finisce il tempo della dissoluzione e riprende quello dell’educazione, proprio come papa Francesco sollecitava spesso nelle sue omelie, nei suoi interventi, nei suoi appelli, riproponendo quella visione unitaria di una storia che non lascia indietro nessuno e che richiama tutti a un’assunzione di nuove responsabilità, partendo dalla voce profetica di quei santi che hanno costruito con pazienza profetica il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro, proprio come Francesco d’Assisi. Forse c’è un mondo che si risveglia pensando di aver troppo dormito, di aver abbandonato per troppo tempo quei principi formatori e indicatori sui quali la gente semplice aveva costruito la propria vita e quella della comunità, organizzandola sui ritmi garbati della natura. Ricordiamo l’enunciazione del patto educativo fondato sulla collaborazione e sulla comprensione, un patto educativo globale in cui riprenda vita un nuovo umanesimo, un modo più umano e solidale di vivere l’esistenza di un pianeta lacerato dalle prevaricazioni di un mondo sempre più irrispettoso e irriverente. Papa Francesco aveva rilanciato il tema educativo come base e collante di una storia dominata non dalle divisioni e dalle paure, ma dalle convergenze e dalle unioni, dalla coscienza che si potesse fare meglio con un convinto impegno comune. E’ con un convincente patto educativo che l’educazione muove i suoi passi, ricordando agli esseri umani che si parte da vicino, per arrivare lontano. Coscienza, consapevolezza, senso di responsabilità, fiducia, formazione, scuola, famiglia, tutto è intimamente connesso, tutto si avvolge e si riavvolge senza tralasciare nulla, perché la forza di un pianeta sta nella presa di coscienza di chi lo abita, nella convinzione che sopravvivere si possa con la forza e con l’energia e la buona volontà di tutti. Nel momento di un individualismo estremo, papa Francesco ha rispolverato i segreti illuminanti dell’educazione, di cui il villaggio umano è massima espressione. Nel tempo in cui il disorientamento generale alimenta viaggi senza ritorno, dalla chiesa di Roma si è alzato un richiamo alla nostra identità, alla riconquista di una dignità in cui ogni uomo potesse ritrovare sé stesso, tornando a essere partecipe di un grande cambiamento intellettuale e morale. E’ in questa fase preparatoria che le istituzioni si ravvivano, che il cittadino capisce di essere importante, è abbassando i toni che si può di nuovo ascoltare la voce della coscienza, è dialogando senza confini e senza pregiudizi che la verità assume contorni più ampi e autorevoli, è riproponendo una visione ampia e condivisa che la realtà si ravviva e si protende, è tornando a insegnare l’educazione che diventa possibile riscoprire la fierezza e l’orgoglio, la dignità e la possibilità di vivere una vita umanamente vivibile. L’autorità ha il compito di tornare a essere autorevole, riappropriandosi di una identità ferma e decisa, capace di dimostrare che le regole e i valori sono la base sulla quale prospera una democrazia forte e matura, una democrazia che non ha paura, che ha le idee chiare, che sa davvero quello che vuole, che elabora e modifica senza il timore di essere superata dalla storia, che sa parlare un linguaggio corretto, ma fermo, espressione di una forte maturità locale e universale. La società in cui viviamo ha bisogno di esempi, ha bisogno di capire, di imparare, ma anche di saper rispettare le regole che determinano lo spirito democratico della nazione e del pianeta. In questo passaggio la politica ha responsabilità immense, riscoprire ad esempio quello stile di cui sempre più spesso si dimentica, restituendo al cittadino la certezza che l’impegno, il rispetto e la serietà sono ancora valori solidi su cui poter contare. Papa Francesco, pur tra mille difficoltà, si è impegnato moltissimo nel rivalutare la bellezza dei doni che abbiamo ricevuto, lo ha fatto con senso profetico e soprattutto con la certezza che il cambiamento non dovesse essere solo da parte di qualcuno, ma di tutti. L’enciclica Laudato Si’, ad esempio, resta risposta profetica a un progresso utopico e incongruente, il richiamo deciso a un villaggio che spesso perde di vista le sue regole e che si dibatte in modo confuso e disorientante tra verità create per confondere l’umana bellezza di uno spirito volto a superiori conferme. Ritrovare la via di un cristianesimo ispirato ai valori del Vangelo è forse la strada più giusta per orientare di nuovo una società agonizzante, vittima in molti casi di un’arroganza senza precedenti e che fatica moltissimo a riconoscersi e a trovare la via d’uscita giusta per ricominciare a credere nella forza riabilitante dell’educazione. E’ in questa direzione che si proietta l’incontro con Francesco d’Assisi, è nello spirito di papa Leone che il mondo riprende a sperare che un giorno le armi possano finalmente tacere, lasciando che la voce del cuore possa di nuovo riempire lo spirito e la volontà di nuove certezze e di nuove speranze.