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Testafina – Una bella storia : reale, piena di rispetto e amore nei confronti di Gualberto Niemen.

 20 Luglio 2020 |  Pippo | |

C’era una volta un vecchio ceppo di rovere, aggredito da funghi, tarme, formiche. Era lì, abbandonato, in un cortile che un tempo era stato un luogo di magie, dove venivano i bambini ad ammirare il suo proprietario all’opera mentre costruiva i burattini e dove i giovani apprendisti venivano per imparare un’arte che andava perdendosi. Era vecchio, ridotto proprio male. Solo una vicina di casa, memore di quanta importanza avesse assunto quel pezzo di legno per decenni interi, decise di fare qualcosa perché si potesse salvare. E’ una bella storia quella che viene narrata: reale, piena di rispetto e amore nei confronti della memoria di Gualberto Niemen, deceduto 98enne nella sua casa a Biandronno nel 2003, allora il più anziano burattinaio d’Italia. Su quel ceppo rimasto abbandonato per anni aveva costruito centinaia e centinaia di burattini, i più antichi dei quali sono visibili nella collezione che ha lasciato al comune, custoditi con passione dal Circolo Culturale di Biandronno in Villa Borghi. Ed è stata proprio la sinergia tra l’associazione e un falegname che ha ritenuto un onore dovere effettuare questo restauro, conoscendo la storia di Niemen, che il desiderio della vicina è stato esaudito ed ora il ceppo è custodito, come se fosse nuovo, con tutto il suo carico di vita vissuta nella collezione, accanto a tutti gli strumenti da lavoro di Gualberto. La storia del burattinaio, che ha cresciuto generazioni di burattinai, potrebbe essere raccontata facendo riferimento al primo capitolo de “Le avventura di Pinocchio”: “C’era una volta (o meglio la data potrebbe essere il 1921) un pezzo di legno di cirmolo. Uno di quei bei pezzi che sembrano invitare ad essere lavorati. Era posto sopra un tavolo di un burattinaio sedicenne, nato a Tronzano Vercellese da una famiglia circense, di nome Gualberto Niemen che aveva lo spettacolo nel sangue e guardava estasiato lo zio Cesare Costa manovrare con grande abilità le marionette e i burattini. Aveva una gran voglia di crearsene uno tutto suo, che fosse di buon carattere, ottimista e che sapesse prendere con filosofia la vita. Cosi a grandi colpi cominciò a squadrarlo con la scure. Lo inserì nella morsa dove con una mazzatta di legno picchiò sugli scalpelli e sulle sgorbie da intagliatori. Ora tutto era pronto per iniziare a scolpire la fronte. Doveva essere abbastanza alta, liscia perché una persona serena non può avere la fronte corrugata. Poi era la volta di evidenziare il naso ampio, con piccole narici, una bocca con una dentatura forte, aperta, ad un sorriso solare. E gli occhi? Grandi, che sprizzassero gioia. Il bello è che man mano procedeva nel lavoro, il burattino non diceva, a differenza di Pinocchio “Ohi! tu m’hai fatto male!”, ma sorrieva felice, grato al suo inventore del dono della vita. Quando poi fu terminato, il giovane burattinaio dedicò grande cura nella stesura sul viso di colori vivaci, luminosi che sapessero trasmettere l’armonia, la serenità e l’arguzia del burattino. Fu grande feeling tra i due, quindi ci voleva un nome che desse l’idea della natura del personaggio. Pensa e ripensa finalmente Berto ebbe un’illuminazione: Testafina. E il burattino contento cominciò a dire, avvicinandosi a Gianduja, che sarebbe divenuto socio di una vita: “Oh, come sono contento, sono proprio contento!”. Il burattinaio guardava felice la sua creatura, era proprio quello che voleva egli fosse. E a differenza di Collodi che, una volta inventata la sua creatura, spesso la dimenticava, lasciando le puntate delle sue avventure interrotte, Berto si dava da fare per far conoscere il suo Testafina, vestito con una giacca verde, una camicia e un papillon. E si dava da fare anche perché la sua voce fosse gradevole, duttile, che sapesse assumere diverse tonalità. Così quando nel 1937 il burattinaio giunse a Biandronno con baracca e burattini, il suo Testafina ebbe un posto d’onore e in un batter d’occhio fu conosciuto in tutte la zona. Quel cortile nei decenni divenne fucina d’incontri, di studiosi (lo scrittore Guido Ceronetti giunse appositamente a conoscere Berto), di burattinai, di bambini, di giovani apprendisti. Ora la sua memoria, per volontà dell’amministrazione comunale, è tenuta viva dal Centro Culturale che ha preso cura dei burattini, degli scenari, e, naturalmente, di quel Testafina, creato nel 1921, su quel ceppo di rovere ora restaurato.
Federica Lucchini

 

 

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