Dalla Prealpina

Questa storia ha inizio con una pala trasportata su un carro di fieno, tirato da un mulo, imbragata con corde e fatta salire al primo piano di un lobbione che guarda verso il Cantòn Gall alla Rasa. Si era nel 1964 e un giovane pittore (“dilettante allo sbaraglio”, come ora si definisce), già laureato in lettere moderne a Pavia tre anni prima, fu invitato dal parroco don Giovanni Losa a realizzare un dipinto raffigurante san Gottardo da porre nella chiesa della Madonna degli Angeli alla Rasa di Varese sull’altare di sinistra dedicato al Sacro Cuore. Era un santo ausiliatore che veniva implorato contro la febbre, la gotta, l’epilessia, le malattie dei bambini, le doglie del parto e soprattutto contro la grandine. Ne sapevano qualcosa i contadini della frazione che si trovavano rovinato il raccolto quando questa si scatenava dal Varrò e dalla Motta Rossa. L’invito fu accolto con somma gioia e orgoglio dal giovane, stimolato fin da adolescente dalla nonna a dipingere. E il suo studio lo creò proprio nel lobbione della casa avita. Il pittore sarebbe divenuto una figura di spicco nell’ambito artistico di Varese. Il nome di Silvano Colombo è sinonimo di autorevolezza: nel suo curriculum grande spazio occupa l’incarico di direttore dei Musei Civici di Villa Mirabello, che tenne dal 1965 al 1989, durante i quali diede vita a due mostre prestigiose: dapprima quella su Francesco Cairo nel 1983, l’anno dopo su Renato Guttuso a Varese. Considera come fiore all’occhiello la fondazione nel 1969, assieme ad Angelo Frattini e a suo figlio Vittore e con la supervisione dell’on. Giuseppe Zamberletti, del liceo artistico di Varese. Molti alunni del liceo classico Cairoli di Varese e del seminario di Venegono hanno avuto il privilegio di averlo come insegnante. Due suoi libri “In giro per Varese” e “Carissimi nonni”, non possono mancare nelle biblioteche dei cultori della nostra storia. Affascinante è, dunque, il racconto di come è nata la sua opera, ancora visibile nella stessa chiesa. La pala (3 m. x 1,80), realizzata da un falegname della Rasa, Carlo Del Frate, detto Quaglia, aveva una particolarità, richiesta dallo stesso Colombo: non aveva la masonite con il verso lucido, come di norma, ma aveva una superficie rustica per poter imprimere le pennellate con un certo vigore. È spassosa la narrazione della creazione dell’opera: la pala, ritta di fronte al pittore, aveva come base un pavimento in cotto, uguale a quello del lobbione dove Colombo stava dipingendo. “Mi serviva un modello per raffigurare il santo -spiega- e chiesi a Giovanni Zuccotti, che aveva trainato il carro con la pala, di posare per poche volte, con in mano una scopa a mo’ di pastorale”. Superata la ritrosia del prescelto nel sottolineare che non era un frequentatore della chiesa, si fece poi prestare un piviale che fece indossare a un altro amico, Umberto Tonta, “per vedere -continua- come far cadere il vestimento sulle spalle e sulle braccia del santo con il volto di Giovanni”. Posizionato sulla sinistra della tela, come un parafulmine, illuminato da un fulmine, il santo era stato rappresentato a protezione della chiesetta e del borgo. Terminato il lavoro, firmato e datato marzo 1964, la pala venne calata dal finestrone del lobbione e sullo steso carro del fieno con cui era stata portata raggiunse la chiesa, seguita dall’autore, da colui che fece da modello e dal falegname. “Don Giovanni -sono parole del pittore- la accolse non senza tradire un certo imbarazzo, vista la visione fulminante del santo protettore. A caval donato…”. Oggi è esposta sulla parete di sinistra dell’aula prima di salire all’altare, mentre la tela che c’era in precedenza sull’altare dedicato al Sacro Cuore, opera di Carlo Cocquio, è tornata nel posto originale. Con l’approvazione dello stesso Colombo.
Federica Lucchini

La pala di San Gottardo alla Rasa raccontata dal professore Silvano Colombo