QUELLO CHE LA SCUOLA POTREBBE FARE
Di Felice Magnani
Con l’ingresso nella scuola si entra ufficialmente nella dimensione pubblica della vita, si entra a far parte di una socialità cooperativa, fondata sulla forza e sulla bellezza della conoscenza come fonte di sapere. Sapere, non come dato o atto distintivo, ma come elemento di coesione, in cui riconoscere la propria identità e quella della comunità di cui facciamo parte. Inutile affermare che la scuola abbia una fondamentale funzione educativa e precisamente quella di far emergere le risorse umane, mettendole a disposizione di una personalità che si apre e che, proprio per questo, vuole approfondire e coltivare il proprio rapporto con la vita. Si è spesso discusso sullo spessore formativo della scuola e in questo si sono incontrate e spesso scontrate linee pedagogico culturali non sempre sintoniche, in alcuni casi diventava predominante il sapere celebrativo in sé, in altri il sapere come strumento di ricerca e di elaborazione personale, in altre ancora come simbolo di una cultura ideologicamente definita. Non sempre la scuola ha coltivato la misura pluralistica della sua azione e della sua vocazione, molto è dipeso dalla linea caratteriale dei suoi docenti, da come hanno appreso e restituito il senso di una cultura che, tradizionalmente, affondava le sue radici nella filosofia classica. Si è parlato spesso di scuola della formazione, ma non sempre rivolta a un’attenzione abilitativa e riabilitativa, a una visione ampia dell’idea di conoscenza e di sapere. C’è chi l’ha vissuta come condizione elitaria e chi invece ha cercato di far emergere il ruolo di educazione popolare della conoscenza, quella che approda alla condizione sociale dei cittadini, ai loro rapporti giuridici, etici, sociali, cercando di metterli in condizione di capire qualcosa di più della loro funzione civile e politica all’interno della polis. Spesso la scuola si è attenuta pedissequamente ai criteri e ai principi, si è allineata a una conoscenza e a una coscienza più di carattere celebrativo, si è fissata sulle predisposizioni e su varie forme di predestinazione, dimenticandosi che la persona è molto di più di un contenitore o di uno strumento, è una realtà composita in continuo divenire, destinata a mettersi continuamente in discussione, stabilendo delle relazioni che non sono fisse o valide sempre. Il carattere della scuola è di tipo dinamico, analogico, analitico, rielaborativo, riflessivo, applicativo, sperimentale, deve sapersi rapportare al mondo della realtà, deve essere continuamente proiettata verso la revisione, l’analisi critica, il confronto con la realtà pratica, la scuola deve essere soprattutto scuola di vita. Nella scuola si mette in gioco l’assetto relazionale della società, si creano le basi per un rapporto diretto tra conoscenza e applicazione pratica del sapere, si configura uno sviluppo dinamico dell’apprendimento, fondato soprattutto sul suo legame profondo con la realtà, con quella realtà che conferma la forza emancipativa della cultura, la capacità di orientare l’energia giovanile verso una presa di coscienza più diretta e consapevole dei propri legami con il mondo esterno, quel mondo di cui spesso anche la scuola diventa vittima. Una scuola più inclusiva e meno retriva, più capace e attenta a cogliere i fermenti, le trasformazioni, i cambiamenti, più sintonizzata con il pensiero reale, capace di diventare essa stessa pensiero, cambiamento e ricerca, stimolatrice di novità e di nuovi approdi, creativa e costruttiva, capace di formare quel diritto alla libertà che sta alla base di una democrazia convinta del proprio ruolo. Si è parlato spesso di scuola e mondo del lavoro, della necessità di far convergere questi due mondi apparentemente distanti, ma profondamente legati da obiettivi comuni, dall’idea che la forza vera di una comunità derivi principalmente dalla capacità di conoscersi e di stimarsi attraverso la forza coesiva della conoscenza, dell’istruzione, della professione e della cultura. La scuola è la società del futuro, è lo specchio di una consapevolezza morale e sociale, è il punto di partenza per la presa di coscienza del proprio essere, del futuro di un paese. Grazie all’insegnamento entriamo in quella realtà con la quale spesso conviviamo senza conoscerla, apprezzarla, amarla, iniziando un cammino di responsabilità pubbliche e private, di contatti e di relazioni, imparando soprattutto a qualificare le nostre potenzialità, le risorse di cui disponiamo, cercando di stabilire dei rapporti adottando metodi, strategie, possibilità, ci disponiamo a un confronto serrato con la nostra identità, con chi siamo e con quello che vorremmo diventare. La scuola stimola interrogativi, propone scambi e risposte, allerta emozioni e sentimenti, motiva la fantasia e scuote l’immaginazione, definisce meglio la sfera comportamentale, la promuove e la consolida, la stempera e la riordina, crea le condizioni per una maturazione caratteriale consapevole, dove il diritto e il dovere s’incontrano e si scontrano in un duettante concerto di nuove potenzialità da attivare. Cosa potrebbe fare la scuola? Attrezzarsi per essere molto più vicina alle necessità e ai bisogni umani, non lasciarsi sfuggire l’opportunità di creare una sintesi educativa che permetta alle persone di crescere sapendo scegliere, avendo acquisito una buona convinzione critica, unita alla capacità di sviluppare una cultura del fare, del promuovere, dell’inventare, del creare. A cosa serve la scuola se non a migliorare le condizioni di vita dell’uomo? A cosa serve conoscere il pensiero se non lo si applica e lo si trasforma, se non diventa strumento di una crescita armonica ed equilibrata della natura umana? Spesso si ha la sensazione che la scuola sia lontana, non appartenga al sistema razionale in cui è inserita, non lo partecipi, viva in un mondo tutto suo, fatto di conoscenze e di esperienze che non trovino riscontri oggettivi sul campo. La scuola è un grande e importante laboratorio, dove i giovani imparano a unire tra loro il pensiero e l’azione, l’idea e la realizzazione pratica, la fantasia e la realtà, l’impegno individuale con quello sociale. Nulla viene lasciato al caso, tutto dovrebbe convergere verso forme di utilità pratica del sapere. La scuola è davvero scuola se stimola ad andare oltre, a dimostrare che anche per i problemi più grandi e complessi si può trovare la soluzione più adatta. Se diventa laboratorio della vita allora è anche più semplice affrontare le tematiche di un territorio e cercare di risolverle, è infatti nella coscienza pratica del sapere che si fa luce il rinnovamento che tutti si aspettano, quello che dovrebbe rimettere in ordine non soli i conti finanziari, ma anche quelli che sovrintendono i comportamenti umani nelle loro sostanziali diversità. Nella società in cui viviamo c’è bisogno di una scuola che creda fino in fondo nella propria missione, che non si lasci sedurre dall’utopia, ma che la sappia governare con un visione reale, capace di produrre, di avvicinare, di far uscire allo scoperto la parte migliora di una natura che ha tutto in sé e che attende soltanto di essere sollecitata per offrire il meglio. La scuola è lo specchio della società, guardando lei il cittadino dovrebbe poter capire se la sua fede sia ben riposta, se chi cercava fiducia sia veramente in grado di meritarsela. Attività di studio e attività pratiche, vita privata e vita sociale, vita familiare e vita sociale, ecco dove può agire la scuola, oltre la prassi, orientando le energie che dalla scuola traggono alimento, forza e coraggio. Fare in modo che non sia un reparto a sé, un luogo appartato da tutto il resto, un mondo a sé stante, ma laboratorio attivo di una storia che ha bisogno di giovani che la sappiano leggere, capire e costruire con entusiasmo e passione in tutti i momenti della loro vita. Oggi si vuole una scuola meno prigioniera delle proprie velleità e più aperta a una visione universale del sapere, in cui ci sia posto per tutti coloro che vogliono dare un senso compiuto alla propria esistenza, senza per forza genuflettersi davanti a un potere senz’anima, oggi incapace più che mai di capire e aiutare le aspirazioni di un genere umano confuso e disorientato.
