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Povertà in Italia: due letture e una discussione ancora aperta

 1 Marzo 2026 |  Pippo | |

Alberto Palazzi sostiene che il vero problema oggi sia l’aumento delle disuguaglianze legate alla ricchezza accumulata, che tende a concentrarsi sempre più nelle mani di pochi. Alberto Mascioni, invece, individua nella stagnazione economica e nella scarsa crescita della produttività la causa principale della povertà persistente in Italia. Due letture diverse dello stesso fenomeno, che mettono a confronto equità sociale e necessità di sviluppo economico.

La povertà una piaga sociale che non può lasciare indifferenti Voglio parlare di un tema che mi sta molto a cuore: la condizione di povertà che affligge oramai una vasta parte della nostra popolazione. Un’indigenza che si incrocia ogni giorno nelle strade, negli ambulatori, nelle stazioni, nelle code della gente che va a chiedere un pasto alla Caritas. Una povertà raccapricciante. Anche chi povero non è, ma anzi ha la fortuna – come me – di vivere accoccolato nella bambagia di un certo benessere, ne rimane comunque profondamente scosso. Quando il Papa la definisce uno scandalo, non usa un’espressione retorica: fotografa una realtà che dovrebbe interrogare tutti. Ed è altrettanto difficile da giustificare lo squilibrio evidente tra chi vive nel lusso più ostentato e chi deve scegliere se pagare una bolletta o acquistare medicine essenziali. Negli ultimi trent’anni l’Italia ha assistito a una trasformazione profonda nella distribuzione della ricchezza. Un processo silenzioso ma costante, che ha spostato capitali, potere e opportunità economiche verso l’alto della piramide economica, riducendo al tempo stesso la capacità del lavoro di garantire sufficiente sicurezza. Cerco di spiegare dal mio punto di vista, come può essere accaduto. Dal 1995 al 2016, se prendiamo gli italiani più ricchi – circa 50.000 persone – questi hanno quasi raddoppiato la propria quota di ricchezza nazionale, passando da meno del 6% a quasi il 10% della ricchezza nazionale. Nello stesso periodo, la metà più povera della popolazione, oltre 25 milioni di persone, ha visto la propria fetta ridursi dal 12% a meno del 4% (dati Istat). In altre parole: l’élite ha guadagnato ciò che i ceti popolari hanno perso. Le buste paga reali italiane non si sono mai riprese dalla crisi del 2008: una caduta di quasi il 9% in termini reali, mentre la Francia è cresciuta del 5% e la Germania del 14%. A questo si aggiunge un ulteriore squilibrio recente: tra il 2020 e il 2023, la quota di valore aggiunto destinata al lavoro è scesa di 12 punti percentuali, mentre quella andata agli utili delle aziende è aumentata di 14 punti. La forbice tra chi produce ricchezza e chi la possiede si è aperta come mai prima. La progressività del fisco italiano, un tempo pilastro dell’equità economica, si è progressivamente erosa. Nel 1974 esistevano 32 scaglioni Irpef, con aliquota massima al 72%. Oggi gli scaglioni sono quattro e l’aliquota massima è scesa al 43%. Le imposte di successione, oggi al 4% per figli e coniugi – tra le più basse al mondo – sono un’anomalia rispetto alla media europea (il Regno Unito, da decenni, applica il 40%). Le rendite patrimoniali, principale fonte di reddito dei più abbienti, sono tassate quasi la metà di quanto è tassato il lavoro dipendente. Le case sono tassate del 30% circa (cedolare + Imu), i soldi investiti del 26% e, se investiti in titoli di stato, del 12,5%. Inoltre, per chi percepisce dividendi o plusvalenze tramite una società holding, l’imposizione effettiva può arrivare a percentuali ancora più basse. Nel 2023 le banche — è solo un esempio — hanno avuto un reddito di circa 40 miliardi e hanno pagato 8 miliardi di tasse, cioè circa il 20%. Per i 50.000 multimilionari, l’aliquota media effettiva delle tasse è almeno il 10% più basso di quella del ceto medio. Il risultato è un sistema che smette di essere equo. Il quadro che emerge è quello di un Paese più diseguale e con un fisco che, di fatto, premia la rendita e penalizza il lavoro. Anche meno meritocratico perchè con la quasi abolizione della tassa di successione la ricchezza tende sempre più a concentrarsi nelle mani di chi già possiede. Riequilibrare non è più solo una questione economica, ma di democrazia: perché quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi, anche il potere politico tende a seguirla. Il rischio è che l’Italia perda non solo coesione sociale, ma anche il futuro delle sue nuove generazioni. Alberto Palazzi

L’indice Gini (che misura disuguaglianza reddituale) in Italia è intorno a 33-34 punti nel 2023-2024, valori stabili da oltre 15 anni. La disuguaglianza italiana inoltre resta media in Europa, inferiore a quella di molti Paesi (es. USA 41, Regno Unito 35-36). Il vero dramma italiano non è quindi una disuguaglianza che “dilaga” di recente, ma la stagnazione economica di lungo periodo (crescita PIL pro capite quasi ferma da 25-30 anni, produttività del lavoro cresciuta solo dello 0,65% annuo medio dal 1995 al 2025, contro 1-2% in Spagna/Germania/USA). Questa è soffocata da burocrazia eccessiva (tempi biblici per permessi e autorizzazioni), alta pressione fiscale (tra le più elevate in Europa, con drenaggio su salari), e incertezza del diritto (norme complesse e instabili, che scoraggiano investimenti e innovazione). Invocare “più Stato” (più spesa, più regolazione, più tasse) è esattamente il contrario di ciò che serve: occorrono meno vincoli, semplificazione burocratica, certezza del diritto e riforme pro-crescita per sbloccare produttività, mobilità sociale e riduzione reale della povertà persistente.  Alberto Mascioni

Gentile Alberto, io non ho una preparazione vera e propria in economia: sono uno che guarda le cose da fuori e cerca di capirle. Però, visto che a scuola spiegavo gli integrali, quando ho scoperto che l’indice di Gini si basava proprio su un integrale, mi sono sentito in dovere di documentarmi seriamente perchè mi pareva interessante utilizzarlo come esempio pratico. E infatti, almeno su quello, mi sono fatto un’idea abbastanza solida. Ho imparato così che il Gini si può calcolare sia sul reddito che sulla ricchezza, e la differenza è importante. Quello calcolato sul reddito cambia poco nel tempo, perché misura quanto ciascuno guadagna ogni anno: stipendi, pensioni, imposte, trasferimenti… tutte cose che si muovono lentamente. Infatti negli ultimi anni è sì aumentato, ma di poco: per esempio, l’analisi di Articolo 21 (il sito del mio amico Fagiani, che consiglio) lo dà in crescita di circa 1,4 punti percentuali dal 2019 al 2024. Un aumento reale, ma contenuto.La storia è completamente diversa quando si guarda all’indice di Gini della ricchezza. Qui la disuguaglianza è molto più marcata, e soprattutto cresce in modo più evidente. E il motivo è semplice: il reddito arriva e passa, mentre la ricchezza si accumula. I risparmi crescono, gli investimenti rendono, gli immobili aumentano di valore, le eredità si sommano… tutto questo si concentra molto di più nelle mani di chi parte già avvantaggiato. Non stupisce quindi che l’indice di Gini patrimoniale sia passato da circa 50 nel 2008 a 57 nel 2023: un aumento significativo e ben più rilevante di quello osservato sui redditi. Potrei fare un esempio: immaginiamo due persone: Giovanni ha 5.000 € di risparmi! Anna ha 200.000 € tra casa e investimenti. Entrambi guadagnano 30.000 € all’anno (quindi hanno lo stesso reddito). Se guardiamo il Gini sul reddito, sembrano uguali: guadagnano la stessa cifra. Ma se guardiamo la ricchezza, la situazione cambia molto. Supponiamo che entrambi investano i loro soldi al 5% annuo. Dopo un anno: Giovanni guadagna 250 € di interessi. Anna guadagna 10.000 € di interessi. Anche se il tasso è lo stesso (5%), chi ha più soldi guadagna molto di più in valore assoluto. Dopo diversi anni, la differenza diventa sempre più grande. Anna accumula ricchezza molto più velocemente, anche senza lavorare di più. Questo a spiegare il mio assunto e cioè che le disuguaglianze crescono sempre più. Grazie comunque per avere preso in considerazione il mio scritto. Alberto Palazzi

La discussione resta aperta a chi desidera intervenire con riflessioni, dati e punti di vista diversi. Scrivere a  info@mentaerosmarino.it

Questo articolo di Alberto Palazzi nasce come risposta a un commento ricevuto via WhatsApp che riduce ogni posizione critica a una semplice etichetta politica. Palazzi rifiuta questa logica e rivendica il diritto di esprimere un’opinione senza essere subito classificato come “comunista” o schierato contro Giorgia Meloni. Il suo punto di partenza non è ideologico, ma umano: stare dalla parte degli ultimi e di chi vive nella fragilità. Non parla di lotta politica, ma di dignità, povertà e responsabilità morale. Un testo che invita a distinguere tra appartenenza partitica e coscienza civile.

I comunisti la raccontano così. Meno male che la Meloni va diritto per la sua strada e se ne fa un baffo di loro. (Ricevuto via whatsapp)

Ormai funziona così: dici mezza frase su un tema politico e zac — etichetta appiccicata in fronte. Come se non esistesse la possibilità di avere un’opinione senza avere una tessera in tasca. Come se non potesse esistere una voce libera, autonoma, sincera.
Allora facciamo chiarezza.

Il mio interesse per certi temi non nasce da una sezione di partito, ma da un proposito molto semplice: stare dalla parte degli ultimi. Nella società, nella politica, nella vita quotidiana. Oggi più che mai.

Io, per dire, sono stato fortunato. Vivo bene. Ho ricevuto dalla vita più di quanto mi servisse. Ma il mio benessere a volte mi pesa quasi come una colpa, perché so che attorno a me c’è chi questa fortuna non l’ha avuta. Oggi, in Italia, sei milioni di persone — una su dieci — vivono nella povertà e nell’incertezza: famiglie che arrancano, genitori che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena, dignità che si consumano ogni giorno nel silenzio. Le disuguaglianze? Esistono. Ma è giusto: c’è chi ha talento, chi si impegna, chi costruisce qualcosa di grande. Poi esistono anche i fannulloni che non meritano, e spesso sono ottusi tanto da farmi compassione. Poi esistono quelli che si impegnano e restano indietro lo stesso.

Possiamo accettare che non tutti abbiano lo stesso conto in banca. Un po’ più difficile però accettare che qualcuno non abbia nemmeno il minimo indispensabile per vivere con dignità. Questo è il punto irrinunciabile. Specie in un paese che si dichiara cristiano e la cui Costituzione prevede che vengano rimossi  “gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano libertà e uguaglianza”.

Ecco tutto. Nessuna rivoluzione da salotto, nessuna bandiera nascosta nel cassetto. Solo una scelta piuttosto ostinata: stare dalla parte di chi è fragile. Dei poveri, degli esclusi, dei dimenticati, anche dei migranti che nessuno vuole vedere. Per me è una “fede”. Una specie di religione laica, una “chiesa” senza mura. Non ho bisogno di un altare per credere. Ogni volta che scelgo di stare accanto a chi soffre, ogni volta che difendo una dignità calpestata, ogni volta che ascolto chi non ha voce, lì mi sento dalla parte giusta. E senza necessariamente essere comunista. (Alberto Palazzi)

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