Prima di leggere il ricco articolo di Felice Magnani vogliamo ricordare quanto segue:

Il logo della rivista Menta e Rosmarino, creato dal professor Luigi Violini, è molto più di una semplice immagine: è un vero e proprio simbolo visivo che rappresenta l’identità e lo spirito della nostra pubblicazione. Con tratto elegante e armonioso, Violini ha saputo fondere l’essenza naturale delle erbe aromatiche con la raffinatezza del disegno artistico, creando un’immagine che comunica tradizione, cultura e bellezza. La menta e il rosmarino, disegnati con cura botanica, accompagnano un lettering sinuoso e originale, rendendo il logo facilmente riconoscibile e profondamente evocativo. Il professor Violini, stimato pittore e valente disegnatore, ha saputo donare alla rivista un’immagine distintiva che ha certamente contribuito al suo successo e alla sua longevità. In oltre vent’anni di pubblicazioni, quel logo ha accompagnato ogni uscita con discreta eleganza, diventando parte integrante del nostro patrimonio visivo e culturale. La sua sensibilità artistica e la sua maestria tecnica si riflettono in ogni linea, in ogni dettaglio. Possiamo dire con orgoglio che l’identità visiva di Menta e Rosmarino porta la firma di un vero artista.
L’arte di Luigi Violini: “trasmettere un sentimento, attraverso il linguaggio artistico di segni e colori, capaci di comunicare”.
Luigi Violini è nato a Cittiglio nel 1925. Ha studiato a Milano, all’Accademia Belle Arti di Brera. Insegnante di Materie Grafiche e di Storia dell’Arte, ha svolto una lunga attività nelle scuole statali medie e superiori. Iscritto dal 1948 al “Circolo Artisti di Varese”, ha fatto parte di commissioni e giurie giudicatrici di premi in mostre regionali e provinciali di pittura e grafica.
“La mia pittura è come un diario”, così l’artista della tradizione prealpina lombarda, firma il carattere formale della sua espressione artistica, esplicitando l’arte come una forma di narrazione storica, creata per stabilire uno stretto legame tra passato, presente e futuro, un modo del tutto inusuale per fare in modo che la cultura delle buone cose nostrane non si perda per strada, ma rimanga in visione a chi desidera amarla, coltivarla e approfondirla. E’ anche grazie a questi straordinari osservatori e divulgatori della realtà che le emozioni e i sentimenti superano la condizione globale, dirompente e anestetizzante, per ricreare lo stimolo di una verità che passa attraverso il magico filo della storia. Luigi Violini è l’artista cittigliese che ripristina il logo educativo dell’arte, alla luce di una passione romantica che lo lega indissolubilmente agli umori della sua amata terra prealpina.
a cura di Felice Magnani
A TU PER TU CON L’ARTISTA
Conosco molto bene Luigi, la sua amicizia, l’eleganza pudica del suo eloquio, il suo voler essere sempre un po’ in ombra, per lasciare all’ospite la facoltà di ascoltare, osservare e capire quel suo mondo che gli ruota attorno, un mondo di forme e colori che accompagnano i suoi pensieri e i suoi progetti di dinamico artista, proiettato sempre un pochino più in là, come se per lui il cammino della vita dovesse ancora iniziare, con tanti sogni da realizzare e un destino tutto da inventare. Il tempo dell’arte è un tempo universale, che non lascia spazi irrisolti e che allarga sempre un pochino di più gli orizzonti dell’irrequietezza intellettuale. Luigi lo sa, ed è per questo che si alza prestissimo al mattino e che risveglia con sé le stagioni della sua vita, dipinte nei volti delle persone care, nelle sagome svettanti dei campanili, nei paesaggi pedemontani, nelle corti e nei particolari architettonici che hanno accompagnato le sue curiosità, il suo gusto estetico, il suo desiderio d’arte e di armonia. E’ una galleria di sentimenti e di affetti che mantiene viva la sua fede, la sua voglia di raccontarsi, di lasciare che continui ad ardere quella fiamma di ricchezza intellettuale che gli ha permesso di penetrare gli aspetti più segreti, belli e intriganti dell’esistenza. Giancarla non lo abbandona un istante. Si affaccia per avere la conferma della sua presenza, una presenza fatta di condivisioni umane, morali ed artistiche che hanno accompagnato il loro amore, vissuto nell’arte, nella musica, nella riservatissima ricerca della bellezza. Il nostro incontro è davanti a quel camino che piaceva tanto a Innocente Salvini, come fonte di calore e di luce, di ragionamenti particolari e universali che aiutano a ricostruire una storia così cara a chi l’ha vissuta e a chi se ne vorrebbe appropriare come interessante termine di confronto. A ottantaquattro anni si può ancora essere protagonisti, artefici di un destino che, malgrado i suoi giochi e le sue furberie, non impedisce al sentimento di viaggiare a tutto campo nel curioso mondo delle dinamiche esistenziali.
L’INTERVISTA
Luigi, che tipo era quel Demetrio Castiglioni di cui mi parlavi non tanto tempo fa?
“Era un disegnatore dell’ATAM, l’Azienda Tramviaria Milanese. Aveva frequentato l’Umanitaria, una importante scuola d’arte sempre di Milano. Era sfollato a Cittiglio, in una casa sul viale della stazione, una casa che aveva un balconcino caratteristico sopra il Boesio, dove spesso il pittore si affacciava per godersi gli umori del fiume sottostante. Mi affascinava. Ho iniziato a frequentarlo, sfruttando la sua pazienza e la sua fervida intelligenza. I primi rudimenti per la pittura ad olio me li ha dati lui, ma la cosa più interessante è che è stato un vero e proprio maestro di teoria coloristica. Era in pensione, quindi aveva tutto il tempo da dedicare a un giovanotto come me che si affacciava sul mondo dell’arte, spinto da un’aspirazione naturalissima, che fin da ragazzo inclinava i miei sentimenti e le mie emozioni verso la natura, la sua voce, le sue forme, il suo modo così straordinario di esprimersi. Demetrio è stato un iniziatore poi, subito dopo ho conosciuto un altro pittore milanese, quell’Arnaldo Ronchi, che abitava in Piazza Medaglie d’Oro a Milano e che aveva comprato Villa Rampi a Cittiglio, quella che si trova proprio dietro il Bar Milano. Era un amico con il quale mi piaceva chiacchierare a tutto campo, soprattutto di arte. Poi ricordo De Berti, allievo di De Bernardi. Era un pittore dal tratto artistico dolce e delicato, aveva un suo modo di dipingere tutto particolare. Fondamentali, per la mia crescita umana e artistica, sono stati Giuseppe Talamoni di Varese e il grande “vecchio” di Gemonio, quell’Innocente Salvini, con il quale intrattenevo spazi contemplativi e brevi, ma importanti conversazioni umane ed artistiche, e poi quel Gianfranco Campestrini che insegnava a Brera, alle serali, un pittore che io amavo moltissimo, per quella sua notevole capacità classica di costruire le dinamiche del paesaggio. Tutti questi artisti mi hanno incoraggiato, mi hanno permesso di forgiare il mio carattere e la mia vocazione”.
Salvini è stato un grande maestro, è così?
“Un grande maestro di virtù umane, soprattutto. Mi ricordo che Salvini, nel 1938, partecipava ad una delle prime collettive, che si teneva a Cittiglio, nella palestra della Scuola Elementare, che sarebbe diventata, in seguito, Cinema e successivamente sede della Scuola Media Statale. Si vedeva subito che il suo quadro era diverso da tutti gli altri, soprattutto i colori, assolutamente personalissimi. Mi ha colpito. L’insegnamento di Salvini è stato un insegnamento di vita. Quando lo andavo a trovare ed entravo nel suo ambiente, mi sembrava di essere nell’Ottocento, di tornare indietro di cento anni. Non c’era la luce elettrica, le persone si muovevano con le lucerne, era una scenografia davvero affascinante, che stimolava la mia curiosità. Ogni volta che incontravo Salvini gli portavo i saluti di Talamoni, uno dei primi che riconobbe in Innocente, un artista. Di solito andavo a trovarlo in bicicletta, in compagnia dell’Antonietta, che doveva macinare un po’ di granoturco, anche se col passare del tempo andavo spesso anche da solo, tanto ero affascinato da quell’uomo e dal suo ambiente. Di solito, prima di Innocente, incontravo suo fratello, molto simile al <Gervaso> dei Promessi Sposi, alto, allampanato, con una “marsina” sempre imbiancata. Il cortile era una sorta di Arca di Noé, si incontravano animali domestici di tutti i tipi, galline, conigli, maiali. “Serca el <Vincent>?”. Sì, sì. “El guarda in gir, el vada su de sora o là nel bosc”. Bisognava trovarlo, perché era sfuggente, nel senso che poteva occupare i posti più impensati e più adatti alla sua ispirazione artistica. Di solito era in mezzo al bosco e quindi dovevo proprio cercarlo. Mi ricordo sempre quando ha cominciato a studiare per l’affresco, con il supporto di numerosi testi in materia. In una parte della corte c’è una specie di galleria e lui ha cominciato proprio lì, a stendere il primo affresco della sua vita. Mi ricordo che era impegnatissimo a salvarlo dall’umidità. A volte mi portava là, dove oggi sorge il Museo. C’era un capannone alto alto, dove custodiva gelosamente tutti i suoi quadri. Li prendeva uno alla volta e li faceva girare sul muro, perché potessi avere una visione completa delle sue opere e mi domandava spesso cosa ne pensavo. Ero imbarazzatissimo e naturalmente il mio giudizio era sempre molto positivo, non poteva essere altrimenti, perché era tutto veramente unico”.
Ricordi un episodio particolare che ti lega a Innocente?
“Io andavo spesso ad Arcumeggia. Un giorno l’ho visto su un’impalcatura, mentre stava ultimando l’affresco sulla parete esterna della Scuola Materna. Mi sono incuriosito, ho preso la scala di legno e sono salito fin da lui. Mi sono seduto su un’asse e abbiamo iniziato a chiacchierare. Era da tempo che io e il maestro non ci vedevamo, per cui è stata l’occasione propizia per un excursus sulle nostre vicende di vita. E’ stato un anno o due prima della sua morte, un momento d’intimità umana ed artistica con un personaggio destinato a diventare un grande della pittura lombarda. Erano altri tempi, difficili per un verso, ma estremamente ricchi sotto il profilo della comunicazione umana e vocazionale”.
Parliamo un po’ della tua vita.
“Io mi sentivo sempre più piccolo rispetto agli altri, parlavo poco. Vedevo, guardavo, ma ero un po’ pessimista. Mi ha fatto maturare l’esperienza della guerra. Terminavo la terza Commerciale a Besozzo, negli anni quaranta. La strada me la facevo tutta in bicicletta e il tratto da Gemonio non era asfaltato. Andare a scuola era davvero un’impresa. Affrontavo la pioggia, il vento e l’acqua, con la mia bici, ma la gioia di frequentarla era talmente grande che non me ne accorgevo neppure. Mio fratello era più adatto per lo studio, io invece ero attratto da mille cose, avevo un sacco di interessi, come il pianoforte, ad esempio. Mi ricordo che mia mamma diceva sempre che riuscivo meglio di mio fratello, ma io non avevo la pazienza che aveva lui. Mia madre aveva dato lezione di pianoforte, quindi conosceva bene la musica e la sua applicazione, credo di aver appreso da lei la passione per questa stupenda forma d’arte, che avrei consolidato sposando Giancarla, insegnante di educazione musicale. Certo a quei tempi la mia famiglia non navigava in acque tranquille: la ditta di mio padre era fallita, lui si era trovato senza lavoro e la famiglia risentiva di questa situazione. A quindici anni mi sono trovato a lavorare in fabbrica come spedizioniere, lavoravo otto ore al giorno. E’ stata un’esperienza straordinaria, dal 40 al 43. Dopo l’otto settembre ho smesso di lavorare in quell’azienda, ma ho continuato la passione per la musica, prendendo lezioni da padre Longino, un passionista molto amico della mia famiglia che frequentava la nostra casa. Ho suonato l’organo, una passione che conservo ancora. Appena posso e le condizioni me lo permettono, mi concedo qualche spartito. Credo che la mia timidezza mi abbia frenato moltissimo, ma sicuramente mi ha consentito di andare alla ricerca di quella pax fruitiva che mi consentiva di osservare, vedere e apprezzare tutto quello che di solito sfugge alla maggior parte della gente comune”.
L’amore per Giancarla, come nasce?
“Nasce dopo una delusione. Sono stato colpito dai suoi occhi azzurri e dalla sua straordinaria bellezza, oltreché, naturalmente, dalle sue doti morali e intellettuali. Giancarla era anche molto brava a suonare il pianoforte, una dote che ha sempre conservato. Ancora oggi, ci sono momenti in cui libera la sua passione musicale, intrattenendo me oppure gli ospiti, con brani suonati alla perfezione. L’ho sposata il 9 febbraio del 1959 e dopo cinquant’anni di matrimonio siamo sempre innamorati e condividiamo sempre, con lo stesso amore e la stessa pudica riservatezza, l’interesse per l’arte, per la pittura, per la musica, per tutte le cose belle che hanno animato e che animano tuttora i nostri percorsi. Ci aiutiamo molto, cerchiamo di fare in modo che l’armonia dell’arte continui a sollecitare le nostre emozioni e i nostri sentimenti, senza lasciarci condizionare da questa società piuttosto rumorosa. Giancarla è sempre stata un’amante della natura, un po’ come me ed è per questo che ci siamo trovati bene. Ieri ho visto la prima farfalla della stagione e le ho gridato: “Giancarla, vieni a vederla!”. Stupirci e condividere la bellezza in tutte le sue manifestazioni è stato ed è l’élisir della nostra felicità. Ricordo che a Gressoney, mentre eravamo in vacanza con dei colleghi e non eravamo ancora fidanzati, mi sono allontanato e le sono andato a cogliere un bel mazzo di fiori alpestri. Ecco, il nostro amore era anche questo, vivere insieme il gusto delle cose semplici ”.
Scusa Luigi, che diapositive sono quelle?
“Il 9 febbraio scorso, giorno del nostro cinquantesimo, ho tirato fuori il proiettore e le diapositive del 59, che avevamo fatto in occasione del nostro viaggio di nozze sulle Dolomiti. C’è la nostra “Bianchina” e poi via via ci sono le località che sono state teatro della nostra vacanza, Cortina, Canazei, la Marmolada, Torre del Vajolet, lo Stevio. Erano le primissime diapositive a colori, rappresentano un momento fondamentale della nostra vita”.
Parliamo del tuo rapporto con Cittiglio, com’è stato?
“Frequentavo l’Oratorio perché mi piaceva giocare a pallone. Mi ricordo che l’allora famoso Teatro Rame, dal nome dell’attrice Franca Rame, veniva spesso con un grande furgone e allietava il paese con le sue performances. C’è stata poi una compagnia locale, quella dei nostri padri e poi un’altra più giovane, con dentro Severino Traversi, Danilo Scalco e Giancarlo Stefanoli. Suggeritore era Gino Simonetta, papà di Piero e Gianluigi, i cartolibrai di Cittiglio; truccatore, invece, era il sottoscritto. Mi avevano scelto perché sapevano che dipingevo e che avevo un po’ il gusto estetico delle cose. E’ stato un periodo molto bello che ha certamente contribuito alla mia maturazione sportiva, umana e intellettuale. Questo è il mio disegno dell’Oratorio, che risale agli anni 80. Un giorno Don Luigi Vercellini mi viene a trovare e mi dice che aveva bisogno di un piacere, doveva far fare la fotografia dell’oratorio, però il fotografo aveva delle difficoltà. Per ovviare a queste difficoltà ho disegnato l’oratorio, in modo tale che il fotografo avesse un campo visivo completo. Come vedi ne conservo una copia. Per il paese ho fatto diverse cose, tanti disegni e tanti dipinti che ne rappresentano storia e tradizioni”.
E dei campanili cosa mi dici?
“Il vescovo doveva venire in Valcuvia e in Val Marchirolo per una visita pastorale, allora noi, come Circolo dei Sofistici, abbiamo pensato di scrivere un libro sulla storia locale. Abbiamo fatto una ricerca storica, che aveva come protagonisti questi vescovi che ogni tanto programmavano le loro visite e ognuno di noi ha fatto la sua parte. Come grafico ho fatto la mia, disegnando i campanili, che sono strutture simboliche, ma di rilevante importanza storica, religiosa e sociale, nella storia dei paesi. Si distinguono fra loro, ognuno con una personalità e uno stile assolutamente propri. Io mi sono dedicato a loro, perché ho sempre avuto una particolare attenzione per i caratteri architettonici e per i contenuti che li hanno caratterizzati nel tempo”.
Famosissime sono le tue caricature a persone di Cittiglio e dintorni. Come nasce questa vocazione?
“Non è sempre facile spiegare come nasce una vocazione. Ho iniziato per caso, in punta di piedi, non volevo farmi vedere. Facevo degli schizzetti piccoli piccoli, riparato in qualche cantuccio che mi permettesse di non essere visto. Magari c’era qualcuno che giocava le bocce oppure a biliardo ed io gli facevo la caricatura, mi piaceva moltissimo far risaltare quei tratti del viso, del corpo e della persona che, evidenziati, potevano dare un’idea più incisiva della persona stessa. Dovrei raccoglierli tutti, perché sono una lettura storica dei personaggi del posto, molti dei quali, oggi, purtroppo, non ci sono più”.
E del tuo libro?
“E’ nato a Natale di due anni fa. Sento suonare il campanello e vedo Gregorio Cerini che mi porta un album, con flash di poesie, raccolte con una modalità grafica molto interessante. Mi sono subito detto che bisognava avere della fantasia; morale, quell’album del Cerini mi ha dato lo spunto per il mio DIARIO GRAFICO DI UN PERCORSO ARTISTICO. Avevo a disposizione un vasto materiale grafico prodotto secondo un certo ordine temporale; materiale prezioso per una ricostruzione in chiave architettonica, antropica, storica e paesaggistica di cose e mondi che altrimenti sarebbero scomparsi. Ho voluto, invece, che continuassero a vivere, che continuassero a parlare alla gente di com’erano la vita di un tempo, le case, i paesaggi. Pensavo soprattutto alle giovani generazioni, avevo questa volontà di offrire loro la possibilità di riconoscere la storia dei loro padri e dei loro nonni attraverso l’ambiente più caro, quello che ciascuno porta nel cuore. E così è stato. E’ un po’ la storia della mia vita di uomo e di artista, per questo ne sono fiero”.
Luigi, che ruolo ha avuto la neve nei tuoi tuoi dipinti e nei tuoi disegni?
“La neve è stata la mia grande passione. Ero sensibile alla neve. Mi alzavo di notte, senza dire nulla ai miei, per veder nevicare. L’unico lampione era proprio al rondò e io, guardando fuori dalla mia finestra, potevo godere quello straordinario intreccio di luce e farfalle che scuoteva la mia già evidente emotività artistica. La mia finestra mi raccontava molte cose, rimanevo impassibile per lunghi periodi tempo, con gli occhi stampati su quello spettacolo meraviglioso che è la nevicata. Quando nevicava non capivo più niente. La neve è diventata una costante della mia pittura e della mia produzione grafica. In lei vedevo la magia della natura, il candore, quella capacità unica di stimolare la gioia e la fantasia di un ragazzo, la sua capacità di addolcire il pesaggio e di consegnarlo alla storia avvolto in quei contorni così delicati, puri e silenziosi. Ancora oggi, io e Giancarla, quando nevica ci emozioniamo proprio come quando eravamo bambini, con il viso rivolto alla finestra, mentre lo sfarfallio della neve portava via i nostri sogni e le nostre speranze”.
Hanno scritto di lui:
Debora Ferrari:
“..L’esistenza del “professor Violini” – come è anche chiamato da molti per la lunga esperienza di insegnamento che lo ha visto formatore di molte generazioni – è un vero e proprio “diario cromatico” di luoghi, sentimenti, sensazioni, visioni, raccolti nelle terre dove ha vissuto e che ha amato, trasfigurate dalla sensibilità della sua mano e della sua arte….E’ sempre rimasto innanzitutto fedele a se stesso e alla propria ispirazione poetico-artistica perché il suo bisogno primario è sempre stato quello di amare il vero, coltivare la buona pittura, studiare il progetto compositivo, esercitarsi nel disegno, al fine di raggiungere riuscendoci davvero esiti di raffinata poesia che non poche volte hanno anche ispirato raccolte poetiche della nostra terra…”.
Annalisa Motta:
“…Perché Luigi ha sempre lavorato per trasmettere le sue doti ai più giovani, prima di tutto; ha partecipato con passione alla vita della comunità in cui è nato e vissuto, e ha messo la sua arte al servizio del suo paese (molti di voi ricorderanno il gigantesco cartellone pubblicitario sulle bellezze di Cittiglio); ha firmato insegne che tutti ben conosciamo; fa parte della Corte dei Sofistici, a cui ha regalato più d’una volta il suo lavoro; e nei suoi quadri, quante volte ha ritratto e immortalato angoli della sua, della nostra terra, che sono poi stati cancellati dal cemento…Tante sue opere sono raccolte qui proprio a testimoniare questo spirito: non una nostalgia dei tempi passati, piuttosto la ricerca di un senso a quanto è trascorso e cambiato, non solo nella conformazione di un paese, ma in noi stessi: quanto siamo cambiati in questi 60 anni…
…Credo che il segreto di Violini sia proprio qui: se la realtà si guarda in questo modo, come partecipandovi, la bellezza che vi è insita non può rimanere nascosta, ma viene fuori, esplode quasi. E’ come se fosse la bellezza stessa a guidare la mano dell’artista…”.
Federica Lucchini:
“…La memoria conserva i momenti in cui, con paterna bonomia, accettava i maldestri tentativi di un’allieva che l’ammirava tanto e che tentava con grande impegno di “fare come il professore”. Consapevole della sua incapacità, lo guardava attentamente prendere fra le mani la matita, osservava il foglio bianco e si chiedeva cosa sarebbe uscito dall’abilità di quell’istrione. Quando la mano scivolava ora roteando ora decisa ora quasi brusca si chiedeva quale musa lo stesse ispirando; cercava di capire quegli attimi felici di creatività e subito si sentiva come ispirata…”.
Paola Biavaschi:
“…Per comprendere l’opera di Luigi Violini non bisogna, tuttavia, cadere nell’errore di credere che la rappresentazione del mondo esterno e il verismo con egli sceglie di tradurlo sulla tela, denunciano l’intenzione di mettere al centro solo la natura, concepita come altro da sé: al contrario, la riproduzione del paesaggio non è altro che il mezzo con cui si esplicita l’introspezione dell’artista; la ricerca e lo studio dei propri sentimenti diventano la poesia di cui sono intrisi gli oli e le tante opere grafiche. E’ forse la grafica, infatti, ad essere il mezzo con cui egli esprime con stringente continuità, nella rappresentazione quasi quotidiana, se stesso: del resto non ci si può stupire che un artista intimista e riservato come lui trovi la parte più ispirata di sé nel mezzo espressivo in cui maggiormente si nota il lavoro paziente e discreto…
…Violini è anche un attento ritrattista e caricaturista…
Fabrizia Buzio Negri:
“Pervasa dalle suggestioni del colore, l’arte di Luigi Violini è percezione naturalistica nelle tante possibilità di narrazione, negli inspiegabili incantamenti del paesaggio. Un racconto che non trascura l’origine misteriosa delle cose; l’artista va alla ricerca del mito nascosto nella vita quotidiana e dietro la realtà scopre la meravigliosa fiaba della Natura. Qui “tutto” accade, da tempo immemorabile, al di fuori delle convenzioni umane…
…Luigi Violini ha scelto di essere parte della Natura…
…Della sua terra, quel Varesotto a cui è intensamente legato, Violini predilige d’istinto i temi reconditi, in una iconografia paesaggistica innervata dal fascino sottile della quotidianità. I percorsi narrativi hanno una grazia delicata, uno stupore pronto a rinnovarsi nell’intonazione melanconica dell’insieme….
…Le “Nevicate”, ricorrenti nel tempo, sono autentiche prove di poesia nella pittura; senza distaccarsi dal reale tutto si riveste d’incanto, di luci e di sogno…
Marzia Serra:
“La capacità, l’abilità del pittore, la precisa tecnica dell’osservazione di esterni, la brillantezza di alcune luminosità. Il preciso “taglio” di paesaggi, ma soprattutto la finezza di sensibilità dell’artista che sa cogliere tanta ricchezza ed esprimendola, ce ne fa dono. Ed è un dono carico di ottimismo, di bene, di fiducia di lieta sorpresa nel trattare ogni tema: con cuore giovane e mano sicura. Ed è un dono che ognuno di noi vorrebbe poter dare agli altri; per altre vie…”.
IL 9.2.2009, LUIGI E GIANCARLA HANNO FESTEGGIATO LE NOZZE D’ORO. CINQUANT’ANNI DI SENTIMENTI ED EMOZIONI ARTISTICHE, DIFFUSI TRA MELODIE MUSICALI, TELE E COLORI, RACCOLTI IN RIVERBERI DI LAGO E IN ACCOGLIENTI INCANTI PREALPINI
Lui, un giovane schivo e riservato, diviso tra l’amore per lo sci, la montagna, il gioco del calcio, il teatro, il canto, l’arte e la musica. Lei, una ragazza con una spiccata vocazione musicale, bella e discreta come la sua città, la Luino di Vittorio Sereni e Piero Chiara. Due ragazzi destinati a incontrarsi e a condividere l’amore per l’arte, per la famiglia e per l’insegnamento. Una vita felice, allietata dalla nascita di Luca, il figlio diventato architetto e musicista, destinato a perpetuare la vocazione docente della famiglia e poi la popolarità artistica di Luigi, diventato uno degl’interpreti più attenti e fedeli della storia dell’arte prealpina, discepolo e amico di noti maestri dell’arte lombarda, come Giuseppe Talamoni, Innocente Salvini, Demetrio Castiglioni, Arnaldo Ronchi, Gianfranco Campestrini. Cinquant’anni di grande amore e di condivisioni intellettuali e artistiche, distribuite con saggezza nelle affinità elettive e in una riservatissima e ricchissima produzione artistica. Oggi il viaggio prosegue, scandito da una temperanza di amorosi sensi, che consente a Luigi e Giancarla di continuare il cammino mano nella mano, animandolo di musica, colori e di romantiche passeggiate nei luoghi che hanno reso più dolce il loro idillio.
Due chiacchiere davanti al camino

I coniugi Violini nell’intimità musicale

Il professore nel suo spazio preferito
