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Menta e Rosmarino dà voce al dialetto: nasce il vocabolario del Lago di Varese

 10 Novembre 2025 |  Pippo | |

Nasce il vocabolario del dialetto parlato sulle sponde del lago di Varese, un progetto che unisce passione, ricerca e amore per le radici culturali del territorio. La rivista Menta e Rosmarino, da sempre attenta alla valorizzazione delle identità locali, diventa il veicolo principale di questa iniziativa, pubblicando a puntate il dizionario secondo l’ordine alfabetico. L’idea prende forma grazie a Cesare Moia, promotore del progetto “Orino – Paees dul dialèt”, e ad Alberto Palazzi, direttore della rivista, che hanno saputo trasformare una intuizione in un’opera concreta. A rendere possibile la raccolta e l’analisi delle parole sono stati Maurizio Danelli e Giorgio Sassi, studiosi appassionati che da anni documentano suoni, modi di dire e vocaboli dei paesi rivieraschi. Il loro lavoro restituisce la ricchezza delle diverse parlate, evidenziando le sfumature tra la sponda sud, rappresentata da Azzate, e quella nord, con Oltrona e Groppello. Il dizionario non si limita a raccogliere termini: vuole salvare un patrimonio culturale ormai minacciato dall’omologazione linguistica e dalla modernità. Molte parole legate al mondo contadino e artigianale rischiano di scomparire, e il progetto le restituisce alla memoria collettiva. Come spiegano Moia e Palazzi, conservare il dialetto significa difendere le radici di una comunità, il suo modo di pensare e sentire. Menta e Rosmarino si fa così custode di una lingua viva, testimone delle storie quotidiane, dei proverbi e dei suoni che caratterizzano i paesi del lago. «Il dialetto vero vive solo se lo si parla», sottolineano gli autori, e il vocabolario diventa allora non solo strumento di conoscenza, ma ponte tra passato e presente. Ogni parola documentata è una finestra aperta sul mondo dei padri, un invito a conoscere, rispettare e continuare a parlare la lingua del lago di Varese.

Nel mese di dicembre, durante l’uscita del numero 55 della rivista Menta e Rosmarino, si terrà la presentazione del primo numero del Vocabolario del dialetto del lago di Varese, a cura di Federica Lucchini.

Da Varenews

Nasce il vocabolario del dialetto parlato sulle sponde del lago di Varese

 

 

Prefazione

Qualcuno scrolla le spalle. “Ma dài, a chi vuoi che interessi ancora il dialetto?”.  È roba da vecchi, da osteria di paese, da mercato del venerdì …  Si – è vero – ma per chi ha un minimo di rispetto per ciò che ci ha preceduti, il dialetto è cosa importante. E come tale va tenuto vivo. Non per folklore, ma per giustizia culturale. Per dignità. Siamo davanti a un altro saccheggio, un altro scempio. Dopo avere guastato l’ambiente, dopo avere chiuso osterie e negozi  – cose che hanno reso poveri i paesi – ora stiamo perdendo anche la lingua: Il dialetto. Sì, quella lingua schietta e dura, con cui sono state raccontate le storie, le paure, gli amori … della nostra gente. Con la diffusione massiccia della scuola pubblica, della televisione, della radio e, più tardi, dei mezzi di comunicazione di massa, il dialetto ha iniziato a perdere la sua funzione primaria di lingua quotidiana. Diciamolo chiaro e tondo: sta morendo. Ma a qualcuno importa qualcosa? Non certo ai politici e tanto meno agli intellettuali che lo guardano con commiserazione. C’è pur anche chi si adopera per tentare di tenerlo in vita: ogni tanto organizza una rassegna, un concorso di poesia, una commedia in piazza. Bellissime iniziative, certo. Ma non basta. Un dialetto esposto in teatro è come un cervo impagliato: sembra vivo, ma è morto. Il dialetto vero vive solo se lo si deposita sulla bocca della gente, in particolare dei propri figli …  La scuola? No, la scuola lasciamola perdere. Insegni pure ai ragazzi l’italiano – e lo faccia bene, che già sarebbe un miracolo. Allora che fare? Bisognerebbe parlarlo. Continuare a parlarlo. Punto. Parlarlo ai figli, a tavola, per strada, con amore e senza vergogna. Farlo vivere sulle labbra della gente. Ma questo, purtroppo, non accade più. Quindi dobbiamo arrenderci, sia pure con un po’ di rabbia perché una lingua che muore è come una finestra che si chiude. Non ci resta allora che lasciarne documentazione per chi un giorno vorrà curiosare nel passato dei loro padri. E in tal senso abbiamo dato avvio a un progetto ambizioso: realizzare, sul modello del Centro Dialettologia di Bellinzona, una raccolta di termini dialettali  –a mò di vocabolario –  per la precisione i termini  adoperati  lungo le sponde del lago di Varese. L’idea di questo lavoro nasce dalla passione autentica e dall’impegno di un gruppo affiatato di persone: Cesare Moia, voce di Orino – Paees dul dialèt e dalla redazione di Menta e Rosmarino, da sempre sensibile a questa tematica. A tradurre questa passione in un lavoro concreto, fatto di ricerche, ascolti e confronti, sono stati chiamati due cultori del dialetto locale: Maurizio Danelli e Giorgio Sassi. Da anni entrambi si dedicano con cura allo studio del dialetto locale e, unendo le loro competenze, hanno realizzato un vocabolario che raccoglie e racconta le espressioni vive dei paesi che si affacciano sul lago di Varese. Chi conosce bene queste zone sa che, anche all’interno dello stesso bacino, il dialetto cambia: non solo nella pronuncia, ma anche nelle parole e perfino nella costruzione delle frasi. Già i nostri vecchi lo dicevano con saggezza, riassumendo tutto in una frase che oggi fa sorridere ma racchiude un profondo senso di appartenenza: “Ul dialètt el gh’ha la sò andàna, el riva fina ’l sûn du la campàna” — il dialetto arriva fino a dove si sentono suonare le campane. Ogni paese, dunque, aveva  il proprio modo di parlare. È questa varietà a rendere il nostro patrimonio linguistico così vivo e affascinante. Anche nel vocabolario che segue noterete infatti come la parlata di Azzate si distingua da quella di Oltrona e Groppello. Per rendere giustizia a entrambe, si è deciso di rappresentarle in modo diverso: la parlata di Azzate, raccolta da Giorgio Sassi, è scritta in grassetto nero, mentre quella di Oltrona e Groppello, documentata da Maurizio Danelli, appare in grassetto marrone. Così questo vocabolario diventa un piccolo viaggio attorno al lago, tra voci, suoni e parole che cambiano da campanile a campanile. In generale, si può dire che il dialetto di Oltrona e Groppello rappresenta la sponda nord del lago, mentre quello di Azzate racconta la sponda sud. Due parlate diverse, unite dallo stesso spirito: quello di una lingua che ancora oggi parla di noi, della nostra storia e delle nostre radici. Il vocabolario verrà pubblicato a puntate seguendo l’ordine alfabetico: cominceremo dalle lettere A e B, e proseguiremo di volta in volta con le lettere successive. Una puntualizzazione: in questo lavoro, la percentuale dei termini che appartengono al lessico dei nostri nonni – quelli vissuti prima dell’ultima guerra mondiale –  è abbastanza sparuta, specie in relazione alle tante parole nuove. Quello che una volta era un ricco deposito di termini legati alla vita contadina, ai mestieri scomparsi, alle relazioni sociali di un mondo preindustriale, si è via via rarefatto. Nell’ultimo periodo il dialetto si è infatti modificato: è diventato meno autonomo e più permeabile all’italiano, perdendo molti dei vocaboli che caratterizzavano l’epoca e l’identità dei nostri vecchi. Questo non è solo effetto del tempo che passa, ma il risultato di un profondo cambiamento culturale e linguistico avvenuto nel secondo dopoguerra.  Per concludere, mi piace sottolineare come, sullo sfondo delle lettere A e B che campeggiano in copertina, affiorino — quasi come un ricamo in filigrana — i colori, le sfumature e le pennellate di Domenico De Bernardi, artista che ha più volte saputo raccontare con sensibilità il lago di Varese. La stessa scelta stilistica accompagnerà anche i numeri futuri: ogni copertina accoglierà il segno e il colore di un artista che ha immortalato il paesaggio lacustre, offrendo un omaggio visivo alla sua bellezza. Il linguaggio parlato sulle rive del lago si intreccia così con l’arte pittorica, dando vita a un dialogo silenzioso che vuole rievocare atmosfere, parole ed emozioni. (Alberto Palazzi)

 

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