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“Lo Stravaccamadonne” – Poesia di Monica Noia In onore dello scultore sacromontino Edoardo Caravati

 24 Giugno 2019 |  Pippo | |

LO STRAVACCAMADONNE
Ur matt d’ur pian da crùuz
scarliga, a rampegà su i mott,
in sacògia scupèll e mazzora
in prunt mè un s’ciop,
cunt i dìdd serà sùra,
e cun ra fàcia smunta
de pom de tera e pùlver de sass
cicà gni’ dì,
se trà su, ‘l va svelt
a lutàa
cùntra i stramm
che sufeghen i muntagn
ca lü senta vusà
e su quèll robb,
“Ostich! La vess bun dumà par laurà…”
pugia call pussée dulz de l’uga
e cunt i man d’ur pricaprei
ca tànt volt gn’hann sentuu
i pestùn d’ura mazzora,
la préa la tò pèns de luus
e la sa fa durà.
 
E lü, scaviàa,
cun’t la schéna s’cepa,
ca adasi dasi ‘l boffa via la fiòca,
la dà indré al mund,
ligéer,
( va a savé sa ‘l ghe càar),
inscì ca gnintun, giò dal sciarabàn
ramingo ‘l và a da tràa al munt,
‘l pudas sentì dèntar, squatàa.
 
Là, in du’l bosch de casctan
svalza su,
daparlée, biota
arènt sentée bandunà,
strepa,scarpa,
slisa da l’umid,
e te’l pudat vidé,
sa te set bun de disfeciàa la munina,
cusè
ca occ lusnàa d’amùur
gh’hann savuu fa
d’un tòcch de rocia.
 
Indùa l’era un sass slungà par tera
incoo ,pugiada sür pàbi,
a carezzà i prufumm
ca i piov giò d’ur sambuch
o sota ‘l fiocàr tenar d’ur gandulin,
l’è vuna Madona de préia. Viva.

 

Traduzione in italiano a cura della stessa autrice

LO STRAVACCAMADONNE

(stravacàa, sdraiato scompostamente )

Il matto del Piano della Croce

sdrucciola, nell’arrampicarsi sui rilievi,

in tasca scalpello e mazzuola

son pronti come un fucile,

con le dita sopra serrate,

e con la faccia smunta

per le patate e la polvere di sasso

mangiate ogni giorno,

si alza, va svelto

a lottare

contro lo strame

che soffoca le montagne,

delle quali lui sente la voce,

e su quella roba (pietra),

ostile, che è adatta solo come materia da costruzione,

poggia calli più dolci di un chicco d’uva,

e grazie alle mani dello spaccapietre

che tante volte sono state pestate dalla mazzuola,

la pietra prende pieghe di luce

e si fa dorata.

 

E lui, dai capelli arruffati,

con la schiena spaccata,

che adagio adagio soffia via la polvere dalla pietra,

la restituisce al mondo,

leggera,

(vai a sapere quanto questa fatica gli è cara, quanto gli è costata),

così che ciascuno, sceso dal carro trainato dai buoi

ramingo va, per i sentieri della montagna,

la possa sentir dentro: scoperta, sviscerata, rivelata.

La, nel bosco di castagni,

si alza,

sola, nuda,

a lato di sentieri abbandonati,

strappata, graffiata alla pietra,

logorata dalle intemperie e dall’umidità,

e puoi vedere,

se sei capace di guardare oltre il muschio,

cosa

occhi fulminati d’amore

hanno saputo fare

di un pezzo di roccia.

 

La dov’era un sasso allungato per terra,

adesso, poggiata sull’erba,

ad accarezzare i profumi

che piovono dai fiori di sambuco,

o sotto il cader tenero di nocciolini,

vi è una Madonna di pietra. Viva.

 

In onore dello spaccapietre, scultore sacromontino

Edoardo Caravati ( di Lissago)

Le cui opere sono ancora visibili

sul Massiccio del Campo dei Fiori

 

 

Note:

La poesia è dedicata a Edoardo Caravati, scalpellino e scultore vissuto tra il 1866 e il 1930. Le notizie sulla nascita sono tutt’ora incerte, la più accreditata lo fa di Bosto (quartiere di Varese). Edoardo impara il mestiere di lapicida nella bottega di un certo Bianchi, scalpellino di Luvinate Barasso e più tardi partirà, emigrante, per la Germania, dove si sposa. Lei, contadina della Selva Nera.

Rientrato in patria si stabiliscono come coloni al Piano delle Croci, sopra Santa Maria del Monte, vivendo del lavoro contadino, affidato alla moglie e del mestiere di lui, ‘picaprei’, svolto presso i cantieri edili nella costruzione della funicolare e dell’Albergo Campo dei Fiori. Da qui il nomignolo ‘Il matto del Piano della Croce’ per la furia appassionata, febbrile, con la quale si dedicava alla scultura, scalpellando i massi su per la montagna. Queste opere sono tutt’ora parzialmente visibili, sparse sul Massiccio del Campo dei Fiori, Parco Regionale.

Molte si trovano lungo gli antichi sentieri, attualmente in zone impercorribili, in gran parte erose per lo sgretolarsi della marna o fagocitate dalla vegetazione del sottobosco. Altre mutilate e divelte da incoscienti gitanti che ne hanno trafugato parti. Solo alcune sono state protette e rimosse per esser poi ricollocate in luoghi sacri o più facilmente accessibili. Personalmente penso però che in quella che era la dislocazione originale delle sculture del Caravati s’identifichi e risuoni, fors’anche, azzardo, più che nella salita al Santuario (Via Sacra del Rosario, lungo la quale si trovano le Cappelle), meta di pellegrinaggi, lo spirito del luogo, voce che queste opere rudi hanno lasciato e che s’impongono quasi, all’ascolto del visitatore.

Non tanto per la tematica religiosa, tutte le opere infatti raffigurano soggetti sacri (da qui l’appellativo profano di ‘Stravaccamadonne’), quanto perché testimonianze ‘vive’ di un incontro appassionato e sofferto tra l’uomo nella sua tensione, quell’attendere al Divino, e la materia, ostile, restìa, non perfettibile, che solo  la solitudine della montagna ne restituisce pienamente, nel silenzio, il suono intatto.

Romita, come le Suore che quivi hanno il loro eremo, è la Madonna di pietra della quale narro la storia nella poesia: omaggio, oltre che alla figura del Caravati, a chiunque senta intensamente quest’anelito e viva, a volte mediante la sofferenza, questo rapporto impari nello scontro con la ‘materia’. La Madonna? Silente, forse sorniona ma, immancabilmente, misericordiosa testimone.

 

Monica Noia

Varese, 23 giugno 2019

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