L’articolo rende omaggio a due autentici custodi della memoria linguistica, impegnati a salvare un dialetto che rischia di dissolversi nel silenzio del tempo. La loro opera va oltre la semplice raccolta di parole: è un gesto culturale che restituisce dignità a un patrimonio identitario profondo. Il loro lavoro mostra quanto la lingua locale sia ancora capace di creare comunità, emozione e consapevolezza delle proprie radici.
GAVIRATE – Quando il dialetto è nel sangue, diventa una lingua sacra. Si parla rispettandola in ogni sfumatura. Ogni parola sa di casa, di radici e diventa intoccabile. È frutto del pensiero che solo in un secondo tempo richiama l’italiano. Chi permette al dialetto di vivere è consapevole di quel fiume linguistico che ha irrorato le vite dei nostri antenati, ora è un regagnolo che ben presto si estinguerà. Allora urge fissarlo documentando la sua esistenza.
Questo è tempo di lavoro intenso e appassionato per due irriducibili cultori della lingua locale che stanno realizzando un vocabolario. Innanzitutto i loro nomi: Maurizio Danelli, conosciuto come Mao, e Giorgio Sassi, come Sisà. Entrambi cresciuti nel mondo della tipografia, entrambi autori di molte opere in vernacolo. Hanno ora la soddisfazione di veder pubblicato il primo volume de “Il dialetto del lago di Varese – Voci e parole che i nostri vecchi ci hanno lasciato in dono”, edito da Menta e Rosmarino, che verrà presentato il 7 dicembre alle ore 16.30 in Auditorium a Gavirate, contemporaneamente al 55° numero dell’omonima rivista, grazie alla collaborazione del Comune. Sarà il primo volume che riguarda lemmi che iniziano con la lettera A e B. Poi vi sarà il seguito, suddiviso in sezioni sul modello del Centro Dialettale di Bellinzona. «L’idea di questo lavoro – scrive nella prefazione l’editore Alberto Palazzi – nasce dalla grande attenzione e dall’impegno di questo gruppo affiatato di persone: Cesare Moia, voce del dialetto e della redazione di Menta e Rosmarino, da sempre sensibile a questa tematica. A tradurre questa passione in un lavoro concreto, fatto di ricerca, si comprendono al meglio l’entusiasmo e la competenza dei due autori che lavorano celeri in un mondo che, ai loro occhi, sa ancora di meraviglia». Danelli ha fatto rivivere il dialetto di Oltrona e Groppello che rappresenta la sponda nord del lago, Sassi si è dedicato al suo che è di Azzate, sponda sud. Due parlate diverse che seguono il vecchio adagio “Ul dialètt el gh’ha la so andàna, el riva fin là sun da la campana” (il dialetto arriva fino a dove si sentono suonare le campane), rivelando la ricchezza di un patrimonio linguistico frutto delle tante dominazioni che ha subito la nostra terra. Vedere l’impegno e l’entusiasmo dei due autori che lavorano celeri in un mondo che, ai loro occhi, sa ancora di meraviglia. Si comprende appieno la gioia che dà loro la consapevolezza di lasciare una traccia. Per la verità, di tracce ne hanno già lasciate molte con le loro precedenti pubblicazioni. Danelli, abituato a far emergere la levità della poesia con parole che richiedono scavo interiore, negli oltre trent’anni di scrittura ha valorizzato un mondo, esplorando l’anima della nostra gente e non dimenticando il lavoro certosino di creare un prontuario con termini che hanno richiesto una ricerca approfondita.
Sassi da vent’anni si alza alle cinque del mattino: ci vuole il silenzio delle ore in cui la mancanza di impegni quotidiani mette in luce il giusto valore del tempo per tradurre con il cuore. E allora il lavoro diventa appagante, creativo soprattutto quando si traducono i classici in dialetto, con il plauso di docenti universitari, dopo essersi immersi nel caleidoscopico mondo dei detti e dei proverbi.
Federica Lucchini


Radio Materia celebra il dialetto: il vocabolario e i suoi autori in una puntata speciale