
Con la sua ironia tagliente e una scrittura brillante, Alberto Palazzi ci trascina dentro il teatrino spesso grottesco dell’arte contemporanea, dove una banana attaccata al muro diventa improvvisamente un capolavoro da idolatrare. Tra critici pronti a trasformare il nulla in poesia e intellettuali terrorizzati dall’idea di ammettere l’assurdo, l’autore smonta con eleganza e sarcasmo un sistema che troppo spesso confonde provocazione e profondità. Il risultato è un racconto pungente, divertente e spietatamente attuale, capace di far sorridere mentre mette a nudo le contraddizioni di un mondo che applaude il vuoto purché abbia una firma famosa.
La banana è servita.

Il commento di Americo Giorgetti
In principio era la banana. Questo incipit denuncia il punto di non ritorno in cui è approdata la storia dell’arte occidentale contemporanea. All’apparenza, Alberto Palazzi contrappone le due posizioni antitetiche, di chi interpreta il significato di una banana incerottata come evento rivelatore del mondo artistico attuale e di chi si sente preso in giro da espedienti mediatici privi di senso. In realtà, scorrendo i vari episodi, risulta sempre più evidente che l’autore denuncia e deride in modo spiritoso una pittura priva ormai di qualunque valore artistico. “In principio” è poi un incipit decisivo per l’argomento, poiché richiama, forse non volontariamente, la genesi e lo sviluppo dell’arte, poiché “in principio creò Dio il cielo e la terra”. La nostra arte è stata proprio alle sue origini una imitazione della natura, considerata come la manifestazione di ciò che è bello. L’arte è infatti una creazione che imita la creazione della natura e che diventa perciò un modello di bellezza. Arte poi è anche sinonimo di mestiere, come quella del falegname, del tessitore e dell’imbianchino: senza la “tecne” non c’è arte: non bastano un cerotto e una banana per creare un’opera d’arte, ma bastano per annunciare la sua scomparsa.
