L’11 maggio 1997, moriva monsignor Tarcisio Pigionatti
felice magnani
Di Monsignore si potrebbe parlare all’infinito, perché il suo apostolato ha abbracciato il mondo e ha toccato il cuore e la mente di tante persone affascinate dalla sua gentile e determinata intraprendenza. Il mondo dei poveri si è aggrappato alla sua bontà per godere il beneficio della dignità personale e quello dei ricchi non è rimasto insensibile al richiamo della sua intraprendenza di fede e di giustizia. Sapeva infatti oltrepassare i confini di realtà ermeticamente chiuse e impenetrabili con la forza di un carattere forgiato nelle tribolazioni della guerra. E’ stato per anni il sacerdote varesino che ha indicato una via alla sua gente, alla sua città che amava sopra ogni cosa, la via dell’amore universale, ispirandosi all’amico Giovanni Battista Montini, il papa che ha aperto le porte della chiesa all’incontro con il Cristo della storia. Per anni Varese ha respirato l’ecumenismo delle culture e delle religioni, imparando a convivere con le aspirazioni di giovani giunti al De Filippi da ogni parte del mondo per diventare testimoni di una nuova storia, legata alla formula di un cristianesimo dal volto umano, che toccava l’essere nella sua globalità. Il “suo” Convitto è stato per anni una finestra aperta sull’universo, l’intuizione di un sacerdote che aveva capito in largo anticipo la grande svolta religiosa, morale, civile, economica e sociale di un mondo ormai pronto per una grande trasformazione. Ha scritto di lui monsignor Marco Ferrari, Vicario Episcopale della Zona II – Varese: “Vedeva sempre più in là: segno di forte intelligenza, di spirito indomito nell’affrontare la vita, infatti: non si lasciava fermare dalle difficoltà; il suo parlare, animato da tale spirito, risultava talvolta quasi monco e a scatti; in realtà era il segno di questa vivacità che mentre pensava o colloquiava su una prospettiva, vedeva sempre uno sviluppo ulteriore. Il pensiero e il sogno procedevano più velocemente della parola; sentiva il Collegio come luogo dove aiutare i ragazzi a formarsi una cultura e una maturità umana e cristiana che li avrebbe aiutati ad essere significativi nella vita; dopo l’esperienza di Cappellano militare, che lo ha segnato profondamente, sentiva i militari, specie gli Alpini, i Vigili del Fuoco, i Carabinieri, ecc., come persone da sostenere nelle migliori idealità; aiutava tutti quelli, ed erano tanti, che per vari motivi, venivano da lui; la sua preghiera era frequente e sentita. Quante volte, nel mio pellegrinare, l’ho trovato in qualche parrocchia di Varese o del Varesotto, inginocchiato in preghiera. Era, insomma, un uomo, un prete, nel quale la grazia dell’ordinazione sacerdotale non si era spenta, ma restava viva e vivace”. Monsignore era così, attento e prodigo con tutti, sempre pronto a mettersi in gioco per consegnare a chi bussava alla sua porta, la speranza in futuro migliore.

