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Il valore del dovere e della volontà: una lezione senza tempo di Felice Magnani

 19 Gennaio 2026 |  Pippo | |

In questi pensieri profondi e rigorosi, Roberto Gervaso riflette sul valore del dovere, della volontà e della dignità umana, intesi come fondamenti irrinunciabili dell’agire quotidiano. Con uno stile lucido e incisivo, l’autore ci invita a non arretrare di fronte alle difficoltà, a coltivare il carattere e a compiere il bene non per tornaconto, ma per coerenza morale. Voglia di cuore è un richiamo forte alla responsabilità individuale, alla fedeltà a se stessi e ai valori universali che danno senso alla vita.

 

PENSIERI DI ROBERTO GERVASO, TRATTI DAL SUO LIBRO “VIOGLIA DI CUORE”.

di Felice Magnani

  “Dobbiamo fare il nostro dovere, e se qualcuno cercherà di metterci i bastoni tra le ruote, non per questo disarmeremo. Se molte cose dipendono da noi, da un nostro sforzo, da un nostro sacrificio, altre purtroppo sfuggono a ogni nostra pressione e controllo. La vita è un servizio, ma un servizio ordinato, con regole precise e severe. Mia madre – dicevo – non si è mai stancata di ripetermi: “Fai ogni giorno una cosa per il semplice motivo che preferiresti non farla”. Monito laico, che i cattolici chiamano fioretto, impegno che chiediamo a noi stessi per sperimentare la nostra volontà, verificando fino a che punto ci asseconda. La volontà, come capacità di decidere e di agire, è la disciplina che dovremmo maggiormente coltivare, e di cui dovremmo andare più fieri. Se si accompagna all’intelligenza, tanto meglio, ma anche da sola, purché impiegata, può condurci lontano. La volontà presuppone il dominio dei nostri desideri, delle nostre passioni, delle nostre debolezze, dei nostri vizi. Ci fa fare meglio ciò che dobbiamo fare, pretende da noi grandi sforzi, ma poi lautamente ci ricompensa. Anche se talvolta sembra chiederci troppo, in realtà ci chiede solo quello che noi vogliamo e possiamo darle. Conosce i nostri limiti, non è esosa. L’intelligenza può esserle di grande aiuto, ma è essa stessa la forza trainante di ogni azione. Fa più la volontà senza l’intelligenza che l’intelligenza senza la volontà, ma insieme si potenziano, abbattendo ostacoli apparentemente insormontabili, aggirando i frangenti più insidiosi, rimuovendo i contrasti più tenaci. La volontà non deve mai venirci meno, specialmente quando la fortuna ci è ostile, quanto tutto intorno sembra cospirare contro di noi, quando le persone in cui avevamo riposto fiducia ci abbandonano, e chi giurava di amarci, ci evita e ci mostra freddezza. E’ duro essere messi al bando, perseguitati da chi, fino a quando la fortuna era con noi, non chiedeva che di stare al nostro fianco, offrendoci non solo ciò di cui avevamo bisogno, ma anche il superfluo. Poi, con i primi rovesci, le defezioni e le diserzioni. E questo perché ovunque allignano trasformisti, opportunisti, conformisti. Quando costoro credono che tu non possa più giovargli perché l’età o i casi della vita ti hanno tolto il potere, ti rinnegano. Se hai fatto loro un piccolo favore, lo dimenticano e lo cancellano; se gliene hai fatti di grossi, ti giureranno odio eterno, perché l’uomo meschino nulla pesa quanto la riconoscenza, il più raro, perché il più scomodo e imbarazzante dei sentimenti. Ciò non significa che non dobbiamo aiutare gli altri, anche perché non tutti sono dei pusillanimi voltagabbana. Quella dei galantuomini è una specie non ancora estinta. E poi il bene va fatto perché è bene. Non dev’essere disinteressato, ché altrimenti diventa calcolo; si dà, cioè, per dare, non per avere qualcosa in cambio. Chiediamo a noi stessi il massimo; agli altri, il meglio. Ognuno dà quel che vuol dare, ma anche ciò che può dare: sarebbe assurdo pretendere che una pecora ruggisse come un leone, o un’anatra volasse come un’aquila; che un albero di mele producesse banane, o un fico d’India pere Williams. Per ottenere dal prossimo il meglio bisogna aver fiducia in lui, cioè amarlo.  Se per ceto, censo, intelligenza un altro è inferiore a noi, cerchiamo di farlo sentire come noi, o diamogliene almeno l’illusione. La critica non deve suonare come un rimprovero, ma come un’affettuosa correzione: “Te la muovo per migliorarti, migliorando me stesso: Ti miglioro con la mia esperienza, come tu, con la tua, potresti migliorare me. Se poi ti chiedo di ubbidirmi non è perché voglio ribadire un mio primato, ma perché credo in buona fede di avere i titoli per impartirti direttive che rinsalderanno il tuo carattere”. Io penso – lo dico per averlo sperimentato – che l’ubbidienza abbia un inestimabile valore didattico: fra l’altro, insegna a comandare noi stessi. Chi dissente avendo torto non è un uomo libero, ma un ribelle che rifiuta coercizioni esterne per seguire solo il proprio estro; un uomo pieno di sé che presume di essere ciò che non è; un uomo che si pone al di sopra delle leggi, che non vuole essere giudicato perché aprioristicamente non tollera censure. Se, invece, quello che ci viene chiesto o imposto di fare non è giusto, non reca il marchio della probità e del disinteresse, allora, sì, che dobbiamo insorgere. Ne va infatti di mezzo il nostro orgoglio, che è amore di noi stessi, e più ancora, la nostra dignità, che di noi stessi è rispetto. Quando poi sono in gioco quei valori che chiamiamo universali e che impegnano la nostra coscienza, guai a piegare la fronte. Non importa come andrà a finire perché, se la ragione è con noi (ma prima accertiamoci che lo sia davvero) niente dovrà fermarci, nessuno intimidirci.

 “Dovere: parola che ha fatto versare fiumi d’inchiostro a filosofi, teologi, pensatori. E’ a coscienza di un servizio da adempiere non solo nel nostro interesse, ma anche in quello, ben più vasto, della collettività. Il dovere è tutto perché a esso tutto si richiama. Attraverso i compiti che l’uomo assolve, si realizza infatti il suo destino. Il dovere – l’imperativo categorico di Kant – ci dice come, perché e quando una cosa va fatta, ma, al tempo stesso, ci pungola a farla bene e subito. Mai rimandare a domani quello che possiamo fare oggi è un momento aureo e sempre verde. Far subito una cosa col massimo impegno significa farla meglio. Il rinvio può anche presentarsi come l’alibi di una più vigile riflessione ma, in realtà, è quasi sempre sintomo di pigrizia o di codardia, vizi o peccati ugualmente esecrabili. Svolgiamo il nostro dovere – comodo o scomodo che sia – non perché a esso seguirà la ricompensa, ma perché l’azione ci renderà intimamente migliori. Non chiediamoci per chi o per che cosa lo facciamo. Il dovere è il più alto e nobile pedaggio che la vita ci chiede di pagare: a buon titolo e a miglior diritto. Dio ci ha dato una forza spirituale immensa, imponderabile, imperscrutabile. Sta a noi sfruttarla, metterla al servizio anche degli altri. Il dovere compiuto senza tentennamenti e con quell’umiltà che è coscienza della limitatezza umana, ma anche germe fecondo della sua elevazione, ci rivela a noi stessi. Mentre ci affranca dalle futili occupazioni che depauperano la nostra esistenza, dissipandone le risorse, saggia il nostro carattere, il quale altro non è che una volontà perfettamente educata. Solo chi ha carattere può compiere fino in fondo il proprio dovere, assecondando le più vitali spinte interiori. Un’autorità esterna – legislatore, governante, sacerdote, maestro – ha i mezzi per imporci. A torto o a ragione, la sua volontà, e noi, per timore di pubbliche censure e formali castighi, possiamo anche subirlo, ma quanto più vale una libera scelta. Dobbiamo essere noi, arbitri e artefici della nostra fortuna, a dire: “Questo lo facciamo non perché ci piace farlo, ma perché lo crediamo giusto. All’azione ci spinge non la sua utilità, ma la sua efficacia morale. Adempiamo il nostro dovere perché, se lo eludessimo, i primi a pagarne lo scotto saremmo noi”. Il dovere, per il suo alto valore educativo e formativo, va giudicato solo in base ai risultati raggiunti, indipendentemente dallo status economico e sociale di chi lo ha assolto. Fra il ministro che fa male il ministro e l’usciere che fa bene l’usciere, il nostro plauso andrà al secondo. La vita ci chiama ad assolvere quotidianamente un certo numero di compiti. Se a una superficiale disamina, questi ci sembrano troppi, e troppo gravosi, a una valutazione più attenta non ci appariranno affatto come esorbitanti fardelli. Il dovere non solo ci mette alla prova, tonificando la nostra volontà, ma ci fa anche capire quale carica morale, quali risorse spirituali alberghino in noi. Ci fa sentire protagonisti, spronandoci a imboccare strade nuove, non importa se buie, scoscese, irte d’insidie. Niente deve fermarci, nessuno intimidirci. Se le energie fisiche non ci abbandoneranno, nulla giustificherà la nostra resa. Certo, eventi inospitali, ostacoli imprevisti, cause indipendenti dalla nostra volontà, potrebbero sempre bloccarci. Ma una sosta, per quanto lunga e tormentata, non è una rinuncia. Avremo sempre l’opportunità di cambiare passo, o di farne qualcuno indietro. L’importante è non disertare il campo, non sottrarsi alla sfida, non abdicare al nostro piccolo trono di uomini. Un trono scomodo perché la vita non dà niente per niente. Le grandi conquiste – la Sistina di Michelangelo, la Scienza Nuova di Galileo, la Passione secondo Matteo di Bach – sono state precedute e accompagnate da angosciosi travagli. Un giorno chiesi ad Andrés Segovia, il celebre chitarrista spagnolo:“Cos’è l’ispirazione?” Mi rispose: “Traspirazione.” Suda il corpo, ma suda anche la mente, suda anche il cuore, che, in ogni impresa umana, dovrebbe sostenere questa e quello. Le conquiste facili sono un po’ meno conquiste, come le vittorie ottenute senza lotta. Dimentichiamo i piccoli ostacoli dopo averli superati, mai i grossi scogli contro i quali abbiamo rischiato l’urto, e di cui, alla fine, abbiamo avuto ragione, ci riempiranno d’orgoglio”.

(Da VOGLIA DI CUORE di Roberto Gervaso – Bompiani Editore)

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