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Il Morazzone, celebrato con parsimonia (e biscotti con la cioccolata)

 29 Agosto 2026 |  Pippo | |

Ci sono artisti che appartengono alla storia dell’arte, ma anche all’identità di un territorio. Tra questi c’è senza dubbio Pier Francesco Mazzucchelli, il Morazzone, protagonista assoluto della pittura lombarda del Seicento, di cui quest’anno ricorre il quattrocentesimo anniversario della morte. Alberto Palazzi prende spunto da questa importante ricorrenza per proporre una riflessione serena e costruttiva sul modo in cui il nostro territorio ha saputo ricordare un maestro che ha lasciato opere di straordinaria bellezza anche nel Varesotto. Non è una polemica, ma un invito a fare di più, affinché la memoria del Morazzone diventi un’occasione per riscoprire e valorizzare un patrimonio artistico che merita di essere conosciuto, amato e trasmesso alle nuove generazioni.

 

Nel 1626, quattrocento anni fa, moriva Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, uno dei pennelli più drammatici che il Seicento lombardo abbia mai prodotto.
Quattro secoli dopo, Varese, la città che ospita i suoi capolavori ha risposto all’anniversario con quello che si potrebbe definire un composto silenzio istituzionale. Nel senso che non se n’è proprio ricordata. Capita. Per fortuna, almeno qualcuno a Varese se n’è ricordato: l’8 aprile, a Villa Toeplitz, l’Università dell’Insubria ha organizzato un incontro intitolato «1962: Morazzone a Varese, una mostra monografica ineguagliata». Traduzione libera: la miglior cosa fatta per il Morazzone a Varese (“ineguagliata”) resta un evento del 1962, e nel 2026 lo si è celebrato celebrando quello. Un anniversario dell’anniversario. Sia chiaro: l’incontro è stato serio e interessante. Il problema non è ciò che è stato fatto, ma la singolare parsimonia con cui Varese sembra aver affrontato la ricorrenza. Ho poi letto in questi giorni che a Morazzone, paese natale, hanno risolto la faccenda con concretezza quasi commovente: il 6 settembre si corre la diciassettesima Stramorazzone, quest’anno ribattezzata «La corsa del pittore», con le riproduzioni delle opere appese lungo il percorso. Il che significa che il massimo tributo del territorio al suo figlio più illustre è una camminata podistica corredata da ristoro a biscotti e cioccolata al quinto chilometro — davanti, presumibilmente, a una stampa plastificata della Caduta degli angeli ribelli. C’è qualcosa di straordinariamente spiritoso in questo: l’arte sacra come quinta scenografica di un pettorale numerato. Sia detto con tutta la simpatia del mondo per gli organizzatori, che almeno un pensiero l’hanno avuto, mentre altrove si pensava a pensarci. Il paese natale almeno lo festeggia; la città che ne ospita i capolavori lo festeggia rievocando la volta in cui lo festeggiò meglio. E la mostra vera, quella seria, quella con le opere e non i fac-simile ai bordi di un tracciato ciclopedonale? È a Como, nel Duomo, dal 27 giugno al 31 dicembre. Non la sua diocesi, non la sua provincia, non la sua città, anzi una città con cui Varese litiga da decenni per questioni solitamente più terra terra di un affresco barocco. Ma è lì che oggi il Morazzone riceve gli onori. Si può solo sperare che, da qualche angolo del cielo che tanto amava dipingere pieno di angeli in caduta libera, il pittore stia guardando tutto questo con l’ironia che merita — magari con una cioccolata in mano, offertogli al quinto chilometro. (Alberto Palazzi)

Alcune opere dell’artista

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