Il testo di Felice Magnani si impone per la sua straordinaria capacità di coniugare riflessione filosofica, esperienza umana e sensibilità letteraria, offrendo una visione della malattia che supera i confini della semplice clinica. La sua scrittura è profonda, limpida e capace di dare voce alle inquietudini e alle speranze di chi soffre. Tuttavia, al centro di questo percorso emerge con forza la figura di Giuseppe Armocida, che ha saputo interpretare la medicina come sapere scientifico e insieme come responsabilità etica. Le sue parole, intense e lucide, restituiscono dignità al limite umano e ricordano che curare significa prima di tutto comprendere la persona nella sua interezza. Armocida ha lasciato un’eredità preziosa di pensiero e di umanità, indicando una medicina più giusta, consapevole e solidale. La sua scomparsa rappresenta una perdita profonda per la cultura e per la comunità scientifica. Felice Magnani, con Guarire è educare, ha saputo custodire e trasmettere questa lezione, trasformando il dialogo con Armocida in una testimonianza duratura. Insieme hanno tracciato un cammino che unisce scienza e coscienza, lasciando un segno che continua a parlare alle nuove generazioni.

RICORDO DEL DOTTOR GIUSEPPE ARMOCIDA
di Felice Magnani
Il mio primo incontro con Giuseppe Armocida è stato al Comune di Varese, quando il professore era assessore alla Cultura e io ero impegnato nella stesura di un libro dal titolo, Guarire è educare, per tentare una risposta umanista ai piccoli e ai grandi drammi prodotti dalla malattia nella vita delle persone. L’idea di un libro che potesse offrire un’immagine meno drammatica, più democratica e di più ampio respiro letterario sulla natura del male, è nata sull’onda di un umanesimo capace di riconciliare la paura con la speranza, per questo ho cercato e incontrato la collaborazione di un medico molto conosciuto per la profondità e l’ampiezza della sua visione scientifica e umana. Dall’incontro con il professor Armocida sono uscito rincuorato, grazie alle sue parole ho capito che quello che stavo facendo aveva un senso e che avrebbe potuto fare del bene. Al primo incontro ne sono successi altri, ogni tanto sentivo infatti il bisogno di incontrarlo per avere delle conferme, per capire se le pagine che stavo scrivendo avessero una efficace funzionalità sociale. Era sempre disponibile, affabile, attento a soddisfare ogni richiesta di conferma. Era talmente soddisfatto che s’impegnò, fin da subito, ad aprire Guarire è educare con un incipit di prestigio, che leggo ancora oggi con ammirazione e profonda riconoscenza.
“La vita è ingiusta”
Giuseppe Armocida
“La vita è ingiusta” è una celebre frase di John Kennedy, ma queste parole dovrebbero essere fatte proprie da ogni medico. La vita è ingiusta perché malattia e infermità colpiscono in modo ingiusto e incomprensibile, mentre la medicina non riesce a contrastare questa ingiusta distribuzione. La nostra medicina nell’arco di tempo degli ultimi due o tre decenni ha raggiunto straordinarie capacità curative, prima quasi inimmaginabili ed anche all’interno di una sola generazione ci si è potuti stupire delle novità che hanno reso il lavoro della clinica più sicuro ed efficace. I meno giovani tra noi possono ricordare un tempo non lontano in cui si guardava alla genetica e alle sue possibili manipolazioni come a fantasie di un futuro remoto e forse anche irraggiungibili. Invece nel 1996 è nata la pecora Dolly. Non erano passati neanche una trentina di anni dal primo trapianto di cuore e già si poteva dar corpo a una ingegneria genetica capace di costruire nuovi organi e avviare nuove strade anche nella terapia. Sullo sfondo di questo vasto panorama possiamo distinguere bene i punti in cui si accendono nuove realistiche speranze, ma nella pratica quotidiana della medicina si affollano ancora tante richieste di aiuto che ci vedono impotenti ad agire. I medici come i loro pazienti guardano verso il futuro e attendono ansiosi, quotidianamente, le novità utili alla terapia o alla prevenzione. Siamo dominati dal desiderio di nuove scoperte e da una attenzione esasperata per le notizie di tutto quello che può eliminare le malattie o allontanare la morte. Inevitabilmente, tuttavia, ci si deve arrestare di fronte ai perduranti disequilibri tra quanto ci si aspetta dalla medicina e quanto essa riesce ad offrire, alimentando così di continuo la delusione dei malati e degli stessi medici che si confrontano con vecchi e nuovi limiti dell’operare clinico. Una medicina non condizionata dalle teorie delle scuole monetariste deve proporsi riconsiderando globalmente i valori fondamentali in una concezione misurata e critica delle sue possibilità. Ciò non solo nelle parti povere del mondo o in quelle divenute povere, nei paesi dominati, sfruttati o malgovernati, dove la generalità delle popolazioni vive in condizioni di miseria e malattia che sarebbero in gran parte emendabili con le risorse economiche e scientifiche possedute dal nostro mondo, ma anche nelle nazioni occidentali ricche e democratiche. Nell’affollarsi di ospedali e strutture tecnologicamente sofisticate, oggi ci si presenta con enfasi crescente un limite dell’agire nell’organizzazione della sanità: la medicina che dilata a dismisura le spese rendendo più complesso il suo scenario e invitando gli utenti a farsi visitare e curare in maniera sempre maggiore, deve ora confrontarsi con le esigenze del bilancio e risparmiare sui conti economici delle prestazioni. Forse non è secondario chiedersi comunque, a questo punto, come mai il raffinato modello che usiamo non sia riuscito ancora a dare spiegazioni convincenti sull’aggressività di certe patologie che restano misteriose nel loro momento eziologico. Si indagano le cause della morbilità ma molti fenomeni sfuggono alla capacità di controllo della scienza e non siamo in grado di risolvere i fondamentali dubbi sui meccanismi che possono essere alla base dei cicli di incidenza maggiore o minore di tante malattie. Sembriamo dimenticarci che se la medicina ha sempre avuto molte certezze, le ha cambiate spesso e che la provvisorietà delle certezze è inevitabile, anche se non è sempre ben percepibile. Abbiamo visto tanti significativi successi, sui quali si sono costruite le sicurezze sempre crescenti dell’azione terapeutica, ma si sono notate anche ricorrenti esperienze di entusiasmi dimostratisi troppo facili e di speranze deluse. Uno scontento diffuso e una diffidenza che molti dimostrano verso la medicina non esisteva fino a pochi anni fa, quando i medici avevano meno strumenti tecnici e scientifici a disposizione, ma potevano contare su una maggiore fiducia della gente. Questo libro di Felice Magnani, con le sue ampie oscillazioni tra temi interni ed esterni alla medicina, con le tante testimonianze, le immagini, le idee, i sentimenti, le soste pensierose e le “piccole storie”, tra una pagina e l’altra sembra proprio ricordarci molti dei perduranti interrogativi della medicina. Cerchiamo spiegazioni e rimedi ai nostri dolori e forse trascuriamo un dubbio fondamentale: il futuro ci porterà davvero un mondo senza malattie, in cui tutti saremo sempre in buona salute? E paradossalmente, una malattia può essere essa stessa salute? Conosciamo i limiti della patologia oggettiva: la malattia si delinea nella esperienza della persona che sta male, è un mutamento della qualità del vivere, impone limiti e vincoli. Anche la guarigione si valuta dal punto di vista del malato, di chi gli sta accanto e non del fisiologismo del medico: solo la persona giudicherà sulla base del suo vissuto lo star male o l’essere guarito. Tesa a ristabilire le condizioni di salute, la medicina, se è ridotta a semplice scienza naturale, rivela il suo limite perché le sfuggono i significati di normalità e di patologia. Dobbiamo discernere tra le varietà dei significati. Una parte riflessiva della medicina ci ricorda che le esperienze di salute e di malattia sono proprie di ogni vita umana, in rapporto ai fattori della natura e a quelli della cultura, perché non c’è esistenza di uomo senza malattia e senza dolore. Nel Du Degré de certitude de la Médicine, nel 1798, Cabanis ricordava che la morte è il termine inevitabile della vita e che il dolore è, come il piacere, l’appannaggio di tutti gli esseri sensibili. Soffrire e morire rientra nell’ordine della natura, come vivere e avere sensazioni piacevoli: esser malato come esser sano. Forse siamo veramente tra quelle generazioni che hanno gettato le fondamenta del futuro, anche in medicina come in molti altri campi del vivere in consorzio umano, ma che non sanno ancora bene quale nuovo modello potranno usare, presi dal destino di costruire senza conoscere il progetto.
Da – Guarire è educare – di Felice Magnani – Nicolini Editore
In questo video Armocida affronta temi legati alla medicina con rigore storico e umano, mostrando la sua profonda conoscenza e sensibilità.
Varese – Quando Armocida illustrò l’arte di invecchiare
Credo che a me non sarà proprio consentito arrivare al traguardo dei cent’anni, ma una certa età l’ho raggiunta anch’io e adesso, alla vigilia degli ottanta, mi viene una domanda, una domanda impertinente che mi faccio spesso: perché non mi lamento di essere vecchio? Raggiunta la vecchiaia, pochi dichiarano di esserne soddisfatti. E allora me ne accorgo quando mi capita spesso di sentire gente della mia età, un anno più o un anno meno, dichiarare impudentemente di sentirsi giovane. E io dico: ma io non li approvo questi che dichiarano di sentirsi giovani. Non li approvo perché mi sembra che, dicendo così, stiano quasi offendendo tutta la strada che hanno fatto, offendano la loro età e in un certo senso neghino la soddisfazione di essere arrivati laddove non tutti riescono ad arrivare. Io li inviterei a non imbrogliare se stessi e soprattutto, quando dicono di sentirsi giovani dentro, ma noi li vediamo fuori, capite? Allora li esorterei piuttosto a dire di essere orgogliosi di essere arrivati dove sono arrivati. Vedete allora che cosa penso io? Io penso che la vecchiaia ha la sua bellezza e, se si desidera prolungarla, è bene apprezzarne i segni, i segni della vecchiaia. Sì, guardate, ce li ho addosso anch’io. Permettetemi di dire che noi vecchi siamo come i fiaschi di una volta, con la paglia intorno. Ma a noi è stata tolta la paglia e quindi, quando viaggiamo, dobbiamo stare attenti agli urti e alle scosse. Possiamo viaggiare, ma dobbiamo stare attenti: siamo senza paglia. Dunque, la notte non è necessario lamentarsi di dormire poco. Il vecchio ha assai poco bisogno di dormire. Non so voi, ma io anche no. La prudenza nella scelta di quel che si mangia e di quel che si beve ci permette di gustare un buon pranzo. L’importante è che si sorseggi un vino che è vecchio quanto siamo vecchi noi: quello è giusto. E bisogna evitare i difetti che insidiano le giornate degli anziani: diventare permalosi, avari, brontoloni, rimpiangere il passato. Insomma, soccombere a questi segni rende la vita triste e insopportabile. L’igiene fisica consiste nella moderazione, l’igiene morale nell’indulgenza.