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Il dialetto può tornare a vivere solo se lo si parla in famiglia

 21 Luglio 2025 |  Pippo | |

Dialetto, che fare?

Qualcuno potrebbe alzare le spalle, perché in quest’era della globalizzazione (anche linguistica) si dovrebbe tener vivo il dialetto? Io sono di tutt’altro avviso; In primo luogo il dialetto va tenuto vivo per un fatto culturale. Siamo davanti alla potenziale perdita di un patrimonio linguistico (e di conseguenza culturale), che è di valore inestimabile. Si fa tanto rumore perché la nostra generazione è colpevole di aver “saccheggiato” l’ambiente; ebbene: questo è un secondo saccheggio, di ordine culturale. Quello di un patrimonio che ci viene invidiato da molte nazioni europee e che appassiona i linguisti di tutto il mondo (come ha ancora dimostrato una recente conferenza all’università di Cambridge). Se vogliamo sapere chi siamo, da dove veniamo e in che direzione vogliamo andare, lo studio del passato è fondamentale e il dialetto è la lingua del passato, la lingua in cui è stata scritta la nostra storia, il mezzo con cui esplorare le nostre radici. Rinunciare al dialetto significa ripudiare secoli di cultura locale, di tradizioni orali, di sapienza gnomica trasmessa dagli antenati attraverso proverbi, modi di dire, fiabe, leggende, preghiere, toponimi. Significa perdere un inestimabile patrimonio lessicale frutto della fantasia popolare che quando crea le sue immagini, pittoresche e folgoranti, le crea in dialetto. Nella mia famiglia si parlava comunemente dialetto. Ma non con me. Mio padre, maestro elementare, era convinto che sottraendomi al “contagio” del dialetto, potessi imparare meglio l’italiano. Sovente doveva correggere a scuola espressioni del tipo “cosa sei dietro a fare”, laddove la lingua avrebbe voluto “cosa stai facendo” oppure “è burlato giù”, laddove si doveva “è caduto”. Quindi mi ha estraniato completamente al dialetto riuscendo in tal modo a farmi prendere a scuola tanti bei “bene” nelle composizioni d’italiano, ma negandomi il piacere di affondare le radici nell’humus della mia stirpe e della mia comunità (perché parlare dialetto vuol dire anche questo). Tuttavia allora il dialetto mi circondava, lo sentivo parlare nelle strade, nei negozi, fra gli amici. Per fortuna, con il passare degli anni, riuscii ugualmente ad apprenderlo e a parlarlo. Oggi però non è più così: i giovani non hanno più occasione di ascoltarlo perché il dialetto va scomparendo. Diciamolo con la necessaria brutalità: quella del dialetto è la storia di una morte annunciata e nessuno muove un dito. Non lo fa l’ “intellighenzia” che lo guarda dall’alto verso il basso, lo ignora la politica, anche quella Lega Nord che si era fatta paladina di certi valori della tradizione e che si limita a un utilizzo del dialetto artefatto quanto inutile nei … cartelli stradali! Vero che ogni tanto si promuovono manifestazioni dialettali come spettacoli teatrali, concorsi di poesia, ma tutte queste iniziative, anche se indubbiamente fatte con passione e amore per il dialetto, lo mettono in una posizione di pezzo da museo, una cosa che si può guardare e magari anche ammirare, ma che è destinata a rimanere lí, in quegli spettacoli, o nelle poesie di chi scrive. Tenere vivo questo bagaglio culturale – badate bene non “conservarlo” – è prerogativa di poche persone, e credo che un giorno lontano avremo di che pentircene. E veniamo alla scuola con un esempio rubato alle esperienze di un altro paese. Nei secoli passati, l’Irlanda fu a lungo vittima di una grave discriminazione linguistica da parte della corona inglese. Questo portò ad un incremento nell’uso della lingua inglese a discapito della lingua locale (il dialetto ovvero l’irlandese) la quale veniva sempre meno parlate e sembrava quindi destinata ad estinguersi. A partire dalla seconda metà del 20esimo secolo, sono state introdotte diverse legislazioni con l’intenzione di proteggere e promuovere l’uso del dialetto, cioè l’irlandese. Il loro diletto è stato  sottoposto a un procedimento di “conservazione” attraverso l’introduzione di iniziative come la segnaletica stradale bilingue, la pubblicazione di quotidiani in lingua locale, l’apertura di canali televisivi anch’essi in lingua locale, e l’insegnamento nelle scuole introducendolo nel curriculum scolastico come seconda lingua (come potrebbe essere in Italia l’insegnamento del francese o dell’inglese).
I risultati parlano da sé. In irlanda, sebbene la campagna linguistica abbia fatto sì che l’irlandese venisse trattato come una lingua degna di rispetto, il numero di parlanti è continuato a crollare. Si è passato dai 260,000 in un censimento del 1983 a 95,000 nel 2004. La  soluzione non potrà mai essere  la scuola! A scuola che imparino a parlare l’italiano, e sarebbe già un bel successo. Che fare, allora? Per salvare il dialetto vi è purtroppo un solo modo: una lingua sopravvive solo quando viene tramandata, solo quando si appoggia sulle labbra dei giovani, solo quando viene parlata e continua il suo cammino passando da una generazione all’altra. Oggi non esistono più momenti spontanei di apprendimento, come è capitato a me. La salvezza sta nel parlarlo ai nostri figli, nel tramandarlo, e nel farlo vivere sulle loro labbra. E questo, purtroppo, non accade.(Alberto Palazzi)

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