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Il dialetto: patrimonio che racconta la nostra identità

 19 Luglio 2025 |  Pippo | |


Ho letto l’articolo nel quale si dice che il dialetto andrebbe insegnato a scuola. No, il “paese del dialetto” non può accettare certe sciocchezze! So bene quanto il dialetto faccia parte della nostra cultura e della nostra tradizione e sapete anche quanto io stesso gli sia affezionato. Ma proprio per questo credo che non sia la scuola il posto giusto per insegnarlo.
La scuola deve prepararci al futuro, con l’italiano corretto, le lingue straniere e le materie che ci aiutano a lavorare e comunicare nel mondo. Poi: un’ora alla settimana di dialetto? Con in classe gli extracomunitari? Non facciamo ridere. Poi altre ragioni che potrei aggiungere. Il dialetto si salva solo se si parla in famiglia. Punto.
Rispettiamolo, teniamolo vivo nelle famiglie e nelle tradizioni locali, e non mettiamo in giro sciocchezze!

Alberto Palazzi

Insegnare il dialetto, un ora a settimana, a scuola, ai bambini…. Sbagliato! Inutile. Pericoloso. Sì otterrebbe l’effetto contrario usando i metodi moderni di apprendimento. sai che noia?!?
Poi verrebbe naturale, ai bambini intelligenti chiedersi: a cosa serve?
Con tutto ciò che devono incamerare a livello nozionistico, pure questo?
Un incubo!
Una cosa assolutamente da evitare!
A meno che si stravolga tutto…..
Metodi, obiettivi, tempi, modi, tutti totalmente diversi. Tanto da stupire e interessare con naturalezza.
Per prima cosa l”obiettivo non deve essere insegnare il dialetto come lingua.
Il dialetto dovrebbe essere un mezzo per fare interiorizzare un’idea antica quanto nuova di comunità, di popolo.
Un popolo ben radicato, ma non chiuso in quattro mura di isolamento culturale.
Un popolo che, conoscendosi, è in grado di aprirsi al mondo rispettando così le altre culture. Individuato l’obiettivo alla lingua come mezzo si unisce il sapere della storia locale, delle tradizioni e caratteristiche peculiari ad ampio spettro del territorio dove viviamo. Dalle eccellenze alimentari alla composizione naturalistica, arte, e tutto ciò che compone la nostra identità da mantenere e fare conoscere. Per non parlare del lato affettivo dell’interiorizzazione della terra, nostra prima madre da cui attingere risorse e a cui dare rispetto, amore, gratitudine.
Il tutto non insegnato in cattedra con studio mnemonico, voti e giudizi.
Per favore, no. Il dialetto è un mezzo per entrare in un mondo parallelo. Il suo apprendimento deve avvenire naturalmente tramite il gioco, la musica, le esperienze sul territorio che si concretizzano in parole interiorizzate per sempre. E non apprese per un breve periodo.
Il dialetto è un mezzo per fare conoscere un modo di essere se stessi, in cui rifugiarsi quando si ha bisogno di salde radici durante le tempeste della vita.
Niente voti.
Non si può dare voti alla conoscenza di sé stesso o del mondo in cui si vive.
Poi c’è il metodo didattico che deve tenere conto dell’età dei bambini, crescendo con loro, nel sentimento, nell’apprendimento, nell’attenzione. Una graduale crescita emotiva, basata sulla conoscenza del territorio dove si vive.
Poi ognuno interiorizza a modo suo, senza pretese, tenendo conto di ciò che ognuno è e si sente di diventare.
Così con naturalezza.
Allora, forse, il dialetto ritrova finalmente la sua vera utilità.

Diana Ceriani

 

Riflessioni sul dialetto

Andrea Camilleri sosteneva che il dialetto è “la lingua degli affetti”, quella che esprime sentimento, calore, intimità: non è solo una questione del cuore, ma un rapporto profondo tra cuore e pensiero. Quando serve comunicare con intensità e precisione, il dialetto riesce a cogliere sensazioni che l’italiano non riesce a esprimere.

Tullio De Mauro, invece, narrava che nelle conversazioni più accese e impegnative, spesso si passa spontaneamente al dialetto: è la lingua del confronto serio, non un cedimento emotivo, ma un cambio di registro funzionale per comunicare con più chiarezza e autenticità.

Ignazio Buttitta, nella sua poesia Lingua e dialettu, avverte che quando si ruba a un popolo la propria lingua — quella trasmessa dai padri — lo si consegna a un destino di impoverimento e servitù. Ma anche se restano povertà e dolore, rimane intatta la voce, la cadenza, il ritmo dialettale — ciò che nessun oppressore può eliminare.

 

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