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Il dialetto del Lago di Varese, memoria viva delle nostre radici

 4 Ottobre 2026 |  Pippo | |

Il dialetto del Lago di Varese, una memoria che continua a parlare

È stata una serata particolarmente intensa quella vissuta nella Sala Consiliare di Gavirate per la presentazione del “Dialetto del Lago di Varese – Voci e parole che i nostri vecchi ci hanno lasciato in dono”, la grande opera di Maurizio Danelli e Giorgio Sassi.
Un lavoro di circa trent’anni, racchiuso in dieci fascicoli e quasi mille pagine, che raccoglie non soltanto vocaboli, ma una parte importante della storia delle nostre comunità.
Ad aprire la serata è stata una riflessione che ha subito chiarito lo spirito dell’opera: “non servono semplicemente a mettere in fila delle parole per celebrare nostalgicamente un mondo scomparso”, ma a fare in modo che qualcosa del passato possa arrivare al futuro.
Il sindaco Massimo Parola ha ricordato il carattere diretto e ironico della parlata locale, definendola “una lingua irriverente, sintetica, concreta e profondamente umana”, capace di dire in poche parole ciò che talvolta oggi richiede un’intera pagina.
Dal rappresentante della Regione è arrivato il richiamo alla legge regionale sulla lingua lombarda e all’importanza di continuare a valorizzarne e salvaguardarne il patrimonio.
Particolarmente atteso l’intervento del ministro Giancarlo Giorgetti, autore della prefazione, che ha raccontato il proprio rapporto con il dialetto e le esperienze vissute negli anni della sua attività amministrativa.
Giorgetti ha ricordato come “il primo vero nemico del dialetto sia stata proprio la scuola”, quando parlare la lingua dei propri genitori e dei propri nonni era spesso considerato sbagliato o addirittura motivo di vergogna.
Ha poi sottolineato un altro aspetto fondamentale: “il dialetto non è scritto, ha una dimensione orale”, e proprio per questo il lavoro di Danelli e Sassi assume un valore ancora maggiore.
Quando viene meno chi può trasmettere quelle parole attraverso la voce, infatti, “c’è bisogno di fissarlo e scriverlo nella pietra”, affinché quella memoria non scompaia definitivamente.
Federica Lucchini ha posto l’accento sulla straordinaria ricchezza linguistica del dialetto, ricordando come dietro parole apparentemente semplici si nasconda una storia fatta di contaminazioni e incontri tra culture diverse.
Il dialetto, ha spiegato, è “una fluida corrente vitale che ci racconta la nostra storia”, nella quale convivono tracce del latino, del longobardo, del francese e del tedesco.
Anche Romano Oldrini ha invitato a non considerare il dialetto come qualcosa di immobile, perché “la lingua è un corpo mobile che riceve e dà” e continua inevitabilmente a trasformarsi.
Non esiste quindi un solo dialetto, ma tante parlate diverse, con accenti e vocaboli che cambiano da paese a paese, confermando lo straordinario legame tra lingua e territorio.
Anche gli stessi autori hanno ricordato che, insieme alle parole, nei loro trent’anni di ricerca sono stati raccolti “gesti, mestieri, luoghi, ironie, soprannomi, relazioni”, cioè autentici frammenti della vita delle nostre comunità.
Ed è forse proprio questo il significato più profondo dell’opera: non fermare il dialetto nel passato, ma permettere alle nuove generazioni di sapere “da dove veniamo quando la pronunciamo” una parola.
Una serata, dunque, che ha trasformato la presentazione di un vocabolario in un vero viaggio nella memoria, tra parole antiche, ricordi e identità.
Un patrimonio che Menta e Rosmarino ha voluto custodire e consegnare al futuro, perché, come è emerso durante l’incontro, le parole dei nostri vecchi possono ancora parlarci, se abbiamo la sensibilità e la curiosità di ascoltarle.

Il video completo della serata a cura di Giuseppe Segala nei prossimi giorni.

Le bellissime foto di Angela Garro

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