L’articolo di Alberto Palazzi affronta con sarcasmo e tono provocatorio le recenti dichiarazioni di Jannik Sinner sui guadagni dei tennisti professionisti.
Un testo che mette a confronto il lusso dei grandi campioni con le difficoltà quotidiane di milioni di lavoratori comuni.
Tra ironia e critica sociale, l’autore si interroga sul confine tra successo, privilegio e percezione della realtà.
Una ferita sociale che, nonostante il rumore di questi giorni, i giornali continuano consapevolmente a ignorare: la drammatica condizione dei tennisti dei grandi circuiti. Sì, proprio loro. Atleti costretti a sopravvivere tra premi milionari, sponsor internazionali, business class, hotel a cinque stelle e staff personali. Una vita durissima, fatta di sacrifici indicibili. Roba che il muratore sotto il sole ad agosto o l’infermiere al terzo turno consecutivo possono solo intuire da lontano. E così ieri il caso è scoppiato. Anche Jannik Sinner, intrappolato in una spirale di sofferenza economica che lo costringe ogni anno a tirare avanti con appena una ventina di milioni di euro, è sbottato. Con grande coraggio civile, ha deciso di rompere il silenzio: “I tennisti dovrebbero guadagnare di più”. Una denuncia forte. Necessaria. Perché — ha spiegato — “senza i tennisti il tennis non esisterebbe”. Verissimo. Poco importa se, senza muratori, non esisterebbero le case, senza agricoltori il cibo, senza infermieri gli ospedali. Però evidentemente il tennis appartiene a una dimensione superiore dell’economia morale occidentale. E sia chiaro: nessuno mette in dubbio il talento di Sinner. Vince, emoziona, trascina folle, fa sognare milioni di tifosi. È un campione autentico. Ma forse proprio per questo certe dichiarazioni potrebbe risparmiarsele. Perché quando uno guadagna in un tie-break quello che una famiglia vede in tre generazioni, forse il tema della “sofferenza economica” rischia di sembrare leggermente fuori fuoco. Poi certo, c’è anche il dettaglio — puramente tecnico, ci mancherebbe — della residenza a Monte Carlo. Ma soprassediamo elegantemente, per lui niente tasse mentre in Italia il tifoso medio versa con compostezza IVA, IRPEF, INPS, Tari, accise e tutto il resto del catalogo fiscale nazionale E lo fa persino con empatia nei tuoi confronti. Perché il tifoso ama i campioni. Li difende. Li applaude. Li trasforma in simboli.
Però, a volte, davanti a certe uscite pronunciate tra una coppa e una conferenza stampa, nasce una domanda semplice, quasi ingenua: “Jannik, sei sicuro che il problema siano davvero i conti? O forse succede che quando ci si abitua a salire sempre più in alto, a un certo punto anche il cielo comincia a sembrare un po’ basso?” (Alberto Palazzi)