In questo incisivo articolo, Alberto Palazzi rompe il silenzio sul dramma del gioco d’azzardo in Italia, smascherandolo come una vera e propria tassa sulla povertà che arricchisce le casse dello Stato a spese dei più fragili. Con amara e lucida ironia, l’autore mette a nudo l’ipocrisia di una politica bipartisan che preferisce ignorare un fenomeno devastante, capace di trasformare la disperazione quotidiana nell’illusione di un miracolo a portata di mano.

Non ne parla mai nessuno. Tra una chiacchierata sulle previsioni meteo e l’ennesimo dibattito “esistenziale” sui social, c’è un elefante rosa gigante nella stanza di cui tutti fingono di non notare il barrito: il gioco d’azzardo. Continuiamo a derubricarlo a “vizio privato”, come se prosciugare i risparmi, mandare in frantumi il bilancio familiare e mandare in tilt la propria vita fosse un passatempo innocuo, un po’ come il collezionismo di francobolli ma con più ansia da prestazione. Tuttavia, trattarlo come un affare personale è un capolavoro di ipocrisia: le conseguenze presentano il conto all’intera società, colpendo con chirurgica precisione proprio chi ha già le tasche vuote e spera nel miracolo per tirare a campare. Sono cifre da capogiro: n Italia, ogni anno, si “investono” — chiamiamoli così per eleganza — circa 170 miliardi di euro in gratta e vinci, slot e compagnia cantante. Con rendimenti, diciamo, non proprio entusiasmanti. Di miliardi se ne perdono 25 (venticinque)!!!
E chi più di altri finanzia questa gigantesca opera di beneficenza al contrario? Soprattutto i poveri. Quelli veri. Più ancora quelli disperati. Questo fatto mi dispiace particolarmente. Si sa che il gioco d’azzardo fiorisce dove il bisogno bussa alla porta e le opportunità scarseggiano. In quei contesti, una probabilità ridicola smette di sembrare ridicola e diventa … una strategia. Non razionale, certo. Ma comprensibile, eccome.
Un argomento che tutti evitano di mettere sul tavolo. Silenzio assoluto. Un capolavoro bipartisan: destra e sinistra finalmente unite, come raramente accade, nel non parlarne. Del resto, se si smettesse di giocare, qualcuno ci resterebbe male: i giocatori, certo… ma soprattutto lo Stato, che incassa con sobria soddisfazione. Una specie di tassa sulla povertà, ma con un tocco di originalità: è progressiva al contrario. Più sei povero, più contribuisci. Geniale.
E i poveri giocano, e finché non finisce qualcosa — i soldi o l’illusione, a seconda dei casi – continuano a giocare. Gratta e vinci e slot machine sono ovunque: bar, tabaccherie, supermercati, edicole, perfino nei circoli sociali … Praticamente manca solo il reparto ortofrutta, ma diamogli tempo. Così, mentre le disuguaglianze salgono con invidiabile scioltezza, lo Stato continua, con grande coerenza, a far soldi sul bisogno. (A. Palazzi)