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Frammenti 19 di Felice Magnani

 21 Luglio 2019 |  Pippo | |

FRAMMENTI 19

di felice magnani

 

L’ONESTA’, UN VALORE?

L’onestà è una virtù, ma non sempre incontra un riscontro positivo, sono moltissimi i casi in cui la persona onesta viene destabilizzata da chi, credendosi furbo, ma essendo visceralmente ignorante e disonesto, ne mina la credibilità. Viviamo un tempo difficile, un tempo in cui c’è una fortissima richiesta di onestà, perché è di fatto molto carente, ma è assai difficile incontrarla, anche quando sembrerebbe vera e convincente, quando si mostra accompagnata da melodie suadenti, capaci di incantare anche l’uditore più distratto. In molti casi l’onestà viene scambiata per stupidità. I disonesti sono un esercito avanzato, molto attrezzato, strategicamente ben preparato, hanno capito che i tempi sono molto adatti e quindi prolificano, sicuri che le strade siano aperte e che si possa fare qualsiasi cosa senza dover pagare conti pesanti. Sono sparsi un po’ dappertutto, soprattutto nei luoghi più impensati, agiscono con disinvoltura, senza porsi troppi problemi, ti guardano negli occhi, usano parole adatte, provate  e riprovate nel corso di allenamenti quotidiani, sanno gestire infatti la voce, lo sguardo, la fermezza, sanno convincerti che ti devi fidare, che va tutto benissimo e che quell’affare sarà il miglior affare della tua vita. Tu ci credi, non perché sei tonto, ma perché non penseresti mai, nella tua onestà, che quella persona che ti sta di fronte potesse essere così sfrontata da tradire la tua buona fede. I disonesti lavorano a buoni livelli, hanno anche il diploma, forse la laurea, magari hanno fatto fortuna facendo credere che il loro modo di essere e di fare sia ineccepibile, unico al mondo, capace di risultati miracolosi. In questi anni la disonestà ha fatto passi da gigante, si è nazionalizzata, europeizzata, internazionalizzata, comunica con il mondo attraverso la tecnologia e ti dimostra di essere all’altezza. Più la vita si complica e più la disonestà avanza, si conferma, più la tecnologia si conferma e meno il cittadino normale riesce a competere. Forse è finita per sempre l’epoca della fiducia scontata, quella che si risolveva con una stretta di mano, con poche parole solidali, capaci di legittimare un patto, un’intesa, una visione unitaria. Forse la perfezione non è mai esistita, ma l’idea che si dovesse portare rispetto al prossimo, chiunque fosse, sì. Oggi è tutto così complicato e soprattutto non c’è ambito o settore in cui la furbizia umana non attecchisca, al punto di mettere profondamente in crisi tutto il sistema relazionale. La disonestà è forse la conseguenza di un progressivo sbriciolamento della nostra immagine, di come abbiamo gestito e continuiamo a gestire il preziosissimo dono della vita, di come ci poniamo nei confronti del prossimo e della realtà che ci circonda. Le famiglie di una volta imponevano l’educazione, magari accompagnandola con qualche riferimento al contesto, ma sempre con  molta determinazione e coraggio, senza pensare a eventuali ritorsioni. Si imparava anche perché l’imperativo era categorico, non ammetteva sbavature, non dava tregua all’esuberanza di una natura umana tentata dalla trasgressione. Obbedendo si imparava, si capitalizzava un certo modo di essere e di fare, si cresceva sapendo che cosa era giusto e che cosa era sbagliato. Poi la libertà ha preso il sopravvento e con essa l’idea che si potesse finalmente fare tutto quello che si voleva, in barba all’educazione familiare, alle regole sociali, alle leggi, alla vita di relazione e ai rapporti umani. Si è cominciato con il dare del tu, con la cancellazione delle gerarchie, con l’instaurazione di un sistema paritario fondato sulla confidenza, con la minimizzazione delle norme che stanno alla base di una corretta vita comunitaria e poi i decreti delegati e i consigli allargati, le compartecipazioni, la cancellazione dei confini, la diffusione di un’idea in cui il mondo non fosse più quello in cui eri nato e avevi imparato ad amare, ma quello che ti sarebbe stato imposto da gente che aveva più forza di te, che aveva previsto un indiscusso dominio esistenziale sulla tua storia. Siamo passati dall’idea di nazione a quella di unione, dallo stato nazionale a quella di stato sopranazionale, lasciando spesso sul campo regole e tradizioni, storie e narrazioni, esperienze e personaggi che avevano arricchito il nostro cuore e la nostra mente. Hanno tentato di farci credere che non eravamo più gli stessi, che il mondo era grandissimo, grande al punto che avremmo dovuto accettarlo con le sue pretese e le sue incongruenze, senza opporre resistenza alcuna, affidandoci a chi aveva la capacità di osservare dall’alto. Abbiamo accettato di essere giudicati, di essere inquadrati, di avere qualcuno sopra di noi capace di tirarci la giacchetta, qualora avessimo mancato di rispetto ai patti sottoscritti. Ci siamo così messi nella mani di un’entità molto più alta, molto più forte, senza forse aver riflettuto abbastanza sulla necessità di dover cambiare radicalmente un certo modo di essere e di fare. Ci si è accodati senza aver soppesato abbastanza quell’idea di indipendenza nella quale avevamo conosciuto alcuni fondamentali aspetti della nostra rinascita sociale, politica, morale, religiosa. Oggi ripassiamo non senza un certo timore l’idea di una onestà che ci caratterizzi, che dimostri a chi collabora con noi, che non siamo superficiali e soprattutto che sappiamo tenere fede all’impegno preso, lo facciamo in modo un po’ sgangherato, a volte con pacatezza a volte con protervia, perché questo è il nostro carattere, non imparando, come si dovrebbe, le straordinarie risorse della nostra storia, quella che ci ha insegnato a essere uniti, collaborativi, solidali, attenti, decisi, sempre pronti a trasformare la positività delle idee in qualcosa di creativo che rafforzi la nostra identità e la nostra dignità. Abbiamo un estremo bisogno di fermarci a riflettere, per capire che il cambiamento non è una sostituzione, ma un’analisi attenta, fatta possibilmente insieme dei problemi che ci attanagliano, per cercare di risolverli, in nome della nostra amatissima democrazia e con il consenso di tutti coloro che amano svisceratamente la storia da cui abbiamo iniziato.

 

DISERTARE O IMPEGNARSI

Ci sono persone che hanno perso il gusto democratico dell’elezione, disertano i seggi, preferiscono una gita fuori porta, un attimo d’intimità con la propria famiglia, rifiutano l’obbligo, l’invito costituzionale, la tesi secondo cui non votare sia uno sgarro alla storia, alla quotidianità di un dovere, affrancandosi così da ogni forma di sudditanza economica, sociale, religiosa, politica, come se le conquiste del passato non avessero più alcuna autorevolezza sul presente. Forse la libertà è anche questo, superamento di vincoli, rivincita su quel senso di prigionia etica che condanna l’essere a una fissità evolutiva o forse è un momento per riflettere e imparare, riconfezionando per intero un modo di essere e di ragionare. Negare non è ricusare, ma convinzione cosciente, volontà di rimettere in campo un modo diverso di vivere la libertà, l’etica costituzionale, i rapporti e le relazioni, il diritto di interagire con una obbligatorietà priva di realismo e di onestà intellettuale. In questi anni abbiamo assistito a una crisi radicale nella sfera delle partecipazioni, crisi determinata da fattori di natura economica, finanziaria, sociale, morale, crisi che ha innescato un progressivo svuotamento di coscienza costituzionale, di attenzione ai problemi e soprattutto di fiducia nella promessa pubblica, molta parte dell’opinione pubblica ha preso infatti le distanze da un certo mondo tradizionale, adottando una silente forma di contestazione, resa sempre più evidente dal non voto, dalla volontà di affrancarsi da ogni forma di condizionamento. Viviamo il tempo di una generale involuzione assertiva, dove anche la legge fatica moltissimo a farsi capire e a farsi rispettare, sembra quasi che non basti più riconoscerne l’origine e accettarne la validità, occorre forse rafforzarne il valore etico e quello sociale, rimetterne in campo il carattere, l’energia creativa, la capacità di essere al di sopra delle parti. C’è una forte carenza cognitiva, la presunzione che tutto si possa risolvere sull’onda di parametri personali, privando in tal modo la regola della sua essenza legalitaria, creando varie forme di qualunquismo e di fatalismo, dove tutto può essere soggetto a interpretazione e a condizionamento. Il popolo ha raggiunto una sua personalissima visione critica della realtà, ha imparato a non dare nulla per scontato, cercando motivazioni vere e profonde, che non siano obbedienza cieca, ripetizione pedissequa di note stonate, sudditanze anonime o soluzioni di fortuna, il popolo ha imparato a ragionare con la propria testa, cercando le ragioni fondanti di comportamenti e di atteggiamenti che mettono in crisi i principi e i valori profondi di un sistema privato in molti casi della sua vocazione logica. E’ stolto pensare che il popolo sia un plagiato speciale, incapace di leggere la realtà con i suoi problemi, è stolto pensare che ci si lasci fuorviare da abilissime trame eversive o da finissimi retori, il popolo ha una sua personalità e la esercita con l’unico mezzo che la Costituzione gli riconosce: l’elezione dei propri rappresentanti. Come mai l’elettore non va più a votare? Forse c’è qualcosa che non quadra nel sistema, nella capacità di chi dovrebbe rappresentarlo, di chi ha il compito elevatissimo di lavorare per rendere migliore la qualità della vita dei cittadini di un paese meraviglioso come l’Italia. I dubbi sono tanti, ma forse il cittadino va capito, aiutato, stimolato, ha bisogno di recuperare, di impadronirsi di nuovo di quella fiducia che sta scritta a chiare lettere nella Costituzione italiana, ma ha forse bisogno di credere in ciò che gli viene promesso, nell’onestà di chi lo rappresenta, nella convinzione che quel mondo che gli viene presentato sia credibile. Il popolo è molto più attento e ragionatore di quanto si possa immaginare, ha acquisito una sua personalissima visione del mondo, sa vedere, osservare, capire, interpretare, ma ha imparato soprattutto a essere se stesso, a non lasciarsi irretire e confondere dai millantatori e dai manipolatori del pensiero altrui, che prolificano indisturbati in ogni angolo del paese. Un popolo che vuole certezze dunque, che non si accontenta più di una linea di vertice, che guarda la realtà con gli occhi di chi sa che la fonte della vita sta nel compiere ogni giorno il proprio dovere con entusiasmo e abnegazione e che l’eletto deve rappresentarlo con la dignità e la consapevolezza necessarie. Rispettare il popolo è rispettare se stessi, la propria storia, anche solo l’idea che in quel popolo c’è l’anima della nostra vita e dei nostri affetti, perché è grazie a lui se oggi possiamo ancora respirare, anche se con fatica, il profumo dolce della libertà.

 

RIPRENDIAMOCI  L’UMANESIMO

Ci sono valori che hanno il dono dell’eternità, proprio come l’umanesimo, quella sottile filosofia di vita che anima i cuori e li converge verso autorevoli forme di potenziamento spirituale, dove l’anima esprime ai massimi livelli la sua natura, la sua innata passionalità, la sua voglia di movimento, di storia, di cultura, di gioiosa felicità. Umanesimo di costume, di ragionevolezza, di modo di essere, di vivere, di parlare, di raccontare, di pensare, di aiutare, umanesimo di fatti e avvenimenti avvolti nella solidale disponibilità  della persona, umanesimo di cuori e di colori, di respiri, di voci e di sorrisi, umanesimo di gesti e di invenzioni creati per reintegrare uno slancio dismesso, una relazione consumata, un rapporto sfiorito, un’aspirazione delusa. Umanesimo di racconti e di poesia, umanesimo di numeri e di progetti, umanesimo di culture disponibili all’incontro, al confronto, alla dialettica delle cose e delle idee, umanesimo di religiosità, di disponibilità al cammino solidale verso mete ritrovate. C’è un grande bisogno di umanesimo ovunque si volga lo sguardo, soprattutto dove la vita ha perso la sua sacralità, la sua integrità, la sua dignità, la sua vocazione a un’identità bella e sicura, capace di  rigenerare pensieri e azioni, avviandoli verso una presa di coscienza più certa, più capace di ridefinire concetti e valori abbandonati in cammino. Riprendersi l’umanesimo è ricominciare a credere nella forza evolutiva di quell’humus che anima di nuove convinzione il cammino esistenziale, aprendo la via a rapporti meno convenzionali e più umani, più legati alle ragioni del cuore e a quelle dell’anima, più attenti a quei temi che sottintendono il valore trascendente della natura umana, una natura spesso confinata in maglie materialiste che inducono alla guerra, alla violenza, all’odio, all’ipocrisia. E’ tempo di riprendersi un umanesimo dal volto umano, quel respiro delicato e soffuso che ritempra e rinnova, aprendo di nuovo la via a solerti proposizioni di pace e di comunione integrale. E’ forse tempo di restituire alla vita la sua umanità, quel riconoscimento che la rende più sottilmente benedetta, adeguata alle richieste di un mondo che riconosce i propri fallimenti e di fronte al quale non basta contrapporre consumate ideologie o invenzioni senz’anima, ma occorre forse ripristinare una convinzione più ferma, capace di ricreare ciò che il tempo e le illusioni hanno inesorabilmente represso. Oggi più che mai la società sente il bisogno di riposizionare e di ricompattare, non le bastano più imprevedibili impennate, parole gettate sullo sguardo del nemico con esacerbata durezza, il mondo che ci cammina accanto è più solo che mai, gravato dalle mille pesantezze di una vita che, pur bellissima, riserva sorprese e non assolve, ma preme con la sua autorevole lucidità. Per questo l’umanesimo diventa fonte alla quale attingere per riconsegnare alla storia almeno una piccola parte della sua ragionevole essenza.

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