E’ MANCATO NINO BENVENUTI, IL PUGILE TRIESTINO CHE IL 17 APRILE 1967 HA CONQUISTATO IL TITOLO MONDIALE DEI PESI MEDI, BATTENDO IL LEGGENDARIO EMILE GRIFFITH, AL VECCHIO MADISON SQUARE GARDEN DI NEW YORK, SANTUARIO DELLA BOXE MONDIALE.
L’NCONTRO E’ STATO SEGUITO IN NOTTURNA DA OLTRE DICIOTTO MILIONI DI ITALIANI.
Felice Magnani
Nino Benvenuti, il peso medio triestino che ha scritto pagine di storia del pugilato nazionale, europeo e mondiale, a cavallo tra gli anni sessanta e l’inizio dei settanta, è mancato all’età di 87 anni. E’ stato un personaggio leggendario che ha riempito la cronaca sportiva delle imprese di uno straordinario talento pugilistico, cresciuto in un momento difficile della storia italiana, quando essere italiani significava dover scappare e rischiare la vita per affermare il proprio diritto di appartenenza etnica. Con Benvenuti, campione olimpico dei pesi welter nel 1960, campione mondiale dei pesi superwelter tra il 1965 e il 1966, campione europeo dei pesi medi tra il 1965 e il 1967 e campione del mondo dei pesi medi nell’aprile del 1967, l’Italia del grande pugilato ha scoccato la sua freccia, dimostrando che lo sport, quando è vero sport, è capace di rimettere in linea dignità e identità, restituendo il giusto riconoscimento morale, politico e sociale a chi ne era stato privato. Con Benvenuti la boxe nazionale si riprende la scena, illumina il desiderio di felicità e di gioia degl’italiani, riaccende la coraggiosa bellezza di uno sport, il pugilato, diventato modo autentico per dimostrare quello che lo sport è in grado di fare e di costruire, se chi lo vive e lo interpreta, punta la barra dritta verso orizzonti sicuri, come ha fatto Nino Benvenuti, ereditando dal padre l’amore incondizionato nei confronti del pugilato, dimostrando che ci sono diversi modi per restituire alla vita il suo diritto all’autodeterminazione. E’ mancato un grande interprete dello sport olimpico nazionale, il pugile che aveva conquistato la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960, dimostrando che la strada del successo passa attraverso lo spirito di sacrificio, l’impegno e la voglia di farcela, proprio come ha saputo fare lui, unendo a una predisposizione sportiva innata, il desiderio di dimostrare a se stesso innanzitutto, quanto fosse importante lottare per l’affermazione di quei valori che una coraggiosa famiglia italiana ha saputo trasmettere ai propri figli, in un momento difficile della sua storia. Un tipo di pugilato, quello di Nino, che si è fatto amare, che ha dimostrato quanto l’epopea del pugno non fosse frutto di una fumettistica da strada, ma di un impegno determinato che si eleva e diventa arte, capacità di sorprendere e di stupire, di dimostrare che la vittoria e la sconfitta sono solo una parte di quel grande gioco in cui all’essere umano è data la facoltà di mettere a fuoco il proprio valore. Di Nino abbiamo amato tutto, lo strapotere della vittoria e l’incanto della sconfitta, lo abbiamo sostenuto perché abbiamo capito quanta tenerezza e quanto amore ci fosse in quella sua vita costantemente illuminata dalle corde di un quadrato, ci siamo resi conto di quanto non dovesse essere facile vincere e gestire, passare dalla povertà alla ricchezza, dalla forza del potere a quella ancora più affascinante di una donazione senza limiti. Con Nino è uscita allo scoperto l’inclinazione del cuore, quella voglia a tratti impercettibile di voler fare del bene, di andare oltre la regola del gioco, abbiamo capito che in Nino batteva un cuore generoso e che l’umanità stessa della regola resta la parte più affascinante di una storia sportiva che uno straordinario atleta triestino ha saputo e voluto donare con tutto se stesso.