“Un’esperienza irripetibile”: così il dottor Claudio Pasquali definisce cinquant’anni di professione vissuti accanto ai suoi pazienti, tra cura, ascolto e profonda umanità. Nel suo racconto riaffiorano incontri, emozioni, fede, dolore e gratitudine, insieme al ricordo della moglie Alma e di tanti momenti che hanno segnato il suo cammino. Una storia di medicina vissuta non soltanto come professione, ma come autentico servizio alla persona e alla vita.

– Irripetibile. Questa parola gli esce immediata quando gli viene chiesto di sintetizzare l’esperienza di una vita professionale lunga cinquanta anni, per la quale a Villa Cagnola lo scorso mese di giugno ha ricevuto un attestato di riconoscimento dall’Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi, in occasione della Giornata del Medico. Una festa significativa in cui ha rivisto colleghi e nel contempo ha notato, con dolore, l’assenza di altri. “Si è trattato di un tempo professionale e umano– esordisce il dottor Claudio Pasquali, classe 1946, medico di base a Laveno Mombello- trascorso senza quasi che me ne accorgessi, felice di tutti i doni ricevuti dal Signore. Mentre ricevevo l’attestato, ho pensato di essere stato un privilegiato”. E i ringraziamenti sono tanti in particolare nei riguardi della famiglia e della moglie, Alma Pizzi, deceduta improvvisamente il 25 ottobre 2010, sindaca di Laveno dal 1990 al 1994, giornalista, scrittrice, impegnata nel sociale a tutto tondo. “Volevo aiutare il prossimo, confortare le anime e donare una morte dignitosa”, spiega quando gli si chiedono le motivazioni della scelta della sua professione. “Non praticavo l’eutanasia, ma evitavo l’accanimento terapeutico -prosegue- Quando mi sono laureato al Policlinico di Milano, la maggior parte dei miei colleghi hanno rivolto la loro professione all’ambito ospedaliero. Io volevo curare, secondo scienza e coscienza, in libertà”. È stato appagante il suo percorso, soprattutto nel rapporto con i pazienti. Quando la riforma sanitaria obbligò i medici ad avere massimo 1800 pazienti, ne dovette abbandonare mille. “Scelsi tutti i giovani. I malati sono tra gli anziani -spiega- In un attimo era a casa loro con la mia auto veloce”, e instaurò con loro così quel rapporto profondo che sa di fiducia, stima e ricchezza umana. Ha “assaggiato” sulla sua pelle cosa è la depressione e per questo è grato alla professoressa Paola Zarini per averlo aiutato. “Noi medici non dobbiamo avere la presunzione di poterci curare -afferma- ma dobbiamo affidarci, avere umiltà. Così possiamo capire meglio le persone disperate”, aggiunge. Aveva creato un poliambulatorio che vedeva la presenza di molti specialisti e di una tecnologia avanzata. Un ricordo intenso, di quelli che vanno iscritti nel libro della vita: “La notte prima che andassi in pensione un paziente di 80 anni subì un arresto cardiaco. Mi precipitai a casa sua e gli praticai un massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca. Si riprese. Fu il più bel regalo che potevo ricevere!”. È intensa la sua esperienza religiosa (ha frequentato il liceo classico in seminario a Venegono), che ha manifestato anche nei pellegrinaggi a Lourdes. “Alla grotta di Massabielle, si pregava, si cantava, si piangeva”, ricorda. Lui faceva parte del Bureau Medical “ed ho verificato sulle lastre un miracolo -ricorda- Un sarcoma osseo alla tibia di un paziente che sparì”. Sembra che riviva ancora la scena e lo stupore che ne conseguì, intriso di quella fede, fonte di grazia e di forza. Non è ancora tempo di riposo per lui: per merito della figlia Cecilia (le altre due, Cristina e Chiara, sono altrettanto fonte di gioia), ha ideato, il mercoledì, “un ambulatorio di chiacchiere”, come lo definisce, produttivo per lui e per i pazienti: il tema principale è coltivare le passioni ed eliminare le persone tossiche. Una medicina per vivere meglio, apprezzando la vita. Così tra le pareti di casa sua si parla di orto, di falegnameria, di argomenti insoliti. Un percorso di vita, così ricco come il suo, può comprendere momenti così appaganti.
Federica Lucchini