Ci sono parole che hanno sempre suscitato una certa forma di ostracismo, parole che sembrano una limitazione di quella libertà personale così ben inserita nella nostra Carta costituzionale, simbolo di un bene raggiunto con il concorso di tutto il popolo, grazie ai suoi massimi rappresentanti. La parola <regola> ad esempio è una di quelle che senti istintivamente contrarie al tuo modo di essere e di pensare, forse perché le parole vanno spiegate, magari con degli esempi concreti, vanno fatte comprendere e capire. Apprendere è il punto di partenza per qualsiasi viaggio nell’universo umano, se non sai, difficilmente potrai essere cosciente di quello che fai, chi sei, cosa vuoi fare nella vita, cosa significa vivere, amare, lavorare, correre, saltare, studiare. Apprendere aiuta moltissimo a trovare un senso, a dare un volto alla propria identità e a quella del mondo che ci ruota attorno, aiuta a superare i muri dell’animalità umana, quella parte che spesso vincola negativamente lo spirito e la ragione, impedendo di vedere con chiarezza in fondo all’animo umano. Per tutte queste ragioni il mondo ha bisogno di bravi maestre e di bravi maestri, ha bisogno di persone che sappiano entrare con autorevolezza nell’umanità, sollevandola dai pesi delle negatività e orientandola verso orizzonti più chiari e spaziosi. Chissà perché ogni volta che un giovane o un adulto sente pronunciare la parola <regola> indietreggia, si copre, si nasconde, la rifiuta istintivamente, come se la regola, invece di unire e far crescere, sminuisse la personalità. La regola è una guida che orienta la persona verso una presa di coscienza più forte e matura della propria esistenza, più capace quindi di cogliere il senso di quella bellezza che, proprio grazie alle regole, va difesa, protetta e coltivata, perché possa continuare a stupire e a meravigliare. Stupore e meraviglia sono due conduttori di energia che un buon educatore o una buona educatrice non devono mai dimenticare. Ci sono regole imposte, ma ci sono anche regole che nascono da una forte ispirazione e predisposizione personale, che nascono da una vocazione umana all’ assunzione cosciente e che sanno far comprendere quali siano le strade giuste da intraprendere per evitare di cadere nella disarmonia, nel disfattismo, nell’anarchia, nell’idea che la libertà sia un’arma da usare a seconda delle necessità personali. Una famiglia è armonica quando sa organizzare e distribuire con saggezza e con sapienza il proprio sistema di regole, che non è mai restrittivo o totalitario, ma basato soprattutto sulla libertà di intraprendere, di poter fare delle scelte, anche in base a convinzioni di natura personale. Lo stare insieme, anche nelle piccole comunità, presuppone che si sappia organizzare la vita in modo tale che i componenti la sappiano individuare e accogliere per essere donata con ancora più coraggio e attenzione agli altri. Di solito la vita familiare è scandita dagli orari, mangiare a una tal ora, andare a dormire a una tal altra, uscire, entrare, andare a scuola, andare al lavoro, andare a trovare i parenti, gli amici, i malati, l’organizzazione non prevede che tutti debbano fare le stesse cose alla stessa ora, ma che sappiano partire dall’organizzazione ideale della famiglia per vivere con più vitalità, sicurezza e attenzione le mille domande del mondo. Dunque la famiglia come punto di partenza, come possibilità offerta alla natura umana di non disperdere la propria ricchezza, la propria capacità applicativa, per questo ha bisogno di regole che non siano muri, ma neppure spazi aperti dove ognuno fa quello che vuole. Nella famiglia, come pure nella società civile, le regole servono a far capire che nella vita non si può fare sempre fare tutto quello che si vuole, perché si rischia di fare del male a se stessi e agli altri. Se qualcuno dice, magari con un eccesso d’impeto, che non devo buttare le lattine o le bottigliette di vetro per la strada o che non devo dire parolacce o non devo bestemmiare, se qualcuno mi dice che quando vado in bicicletta e il semaforo è rosso mi devo fermare, se qualcun altro si arrabbia perché chi va in bicicletta invece di procedere il fila indiana si appaia ai suoi amici occupando tutta la sede stradale, rende un servizio utile alla comunità. Le regole servono per far capire che i rifiuti si devono mettere dentro i cassonetti appositi, che i rumori quando sono provocati con disfattismo rovinano la salute, certo in molti casi bisognerebbe personalizzare al massimo la sregolatezza umana. La scuola può fare moltissimo, ma non si deve chiudere, il vero volto della scuola sta nella strada, nella piazza, nei monumenti, nei parchi, nelle vie, nelle strade, nei boschi, nei contatti umani con le persone che hanno sempre qualche verità in più da suggerire per migliorare la vita all’interno della comunità. Fare educazione fisica all’aperto, correndo sui sentieri dei boschi, abituare i giovani all’allenamento quotidiano è, ad esempio, una straordinaria opportunità di servizio di controllo del territorio. In momenti in cui la crisi della società raggiunge bassezze mai viste prima, con ladri che si aggirano indisturbati, portare l’attività scolastica oltre vecchi muri di edifici obsoleti e permettere ai giovani di mettersi alla prova direttamente, significa occupare il territorio e quindi difenderlo da chi vorrebbe prevaricarlo e depredarlo. Far crescere una gioventù cosciente, capace di capire da che parte stiano di casa la giustizia, la legalità e il buon senso è una grande cosa, le grandi ripartenze hanno sempre avuto la scuola come base di decollo per una vita migliore. Una scuola attiva dunque, non solo nelle ore del mattino, quelle dedicate all’insegnamento delle materie, ma anche impegnata in attività pomeridiane su diversi fronti, come la visita agli anziani rimasti soli, la visita ai sofferenti, a quei vecchi che vorrebbero scambiare due chiacchiere e invece non hanno accanto nessuno. Una scuola che cammina sui propri sentieri, ma che si ferma per studiare la natura, i fiori, le piante, che impara a riconoscere l’inquinamento, che fa opera di persuasione personale e pubblica sul tema della difesa ambientale, una scuola che non ha paura di affrontare il pubblico adulto intrattenendo un rapporto interpersonale proficuo sotto tutti i punti di vista, non dimentichiamo infatti che i giovani, quando vogliono e sono preparati a farlo, fanno da maestri ad adulti e genitori che hanno perso il senso dell’autorità del ruolo. La scuola ha le sue regole, ma anche le regole sono soggette a essere aggiornate, ammodernate, rese ancora più educative e formative, certo bisognerebbe che gl’insegnanti lavorassero a tempo pieno e fossero pagati in modo adeguato. Se la scuola avesse tutte le caratteristiche del caso e vivesse una dimensione molto più ampia del sapere, della conoscenza e della formazione, i giovani avrebbero un punto di riferimento costante, potrebbero vivere moltissime esperienze, una vita piena, fatta di studio e di materie, ma soprattutto di attività pratiche, di rappresentazioni, di visite guidate, avremmo forse una scuola più coinvolgente e più convincente, sicuramente più in sintonia con il territorio e con tutto ciò che il territorio esprime. Le regole, per essere amate, hanno bisogno di diventare coscienza, io so che se mi comporto così faccio una cosa che giusta che aiuta me e anche il prossimo. Chi abbandona i ragazzi in giro tutto il giorno da soli a vagare senza meta fa il loro male, li lascia alla mercé di tutte quelle negatività che non aspettano altro di potersi attivare. Le regole in molti casi vanno spiegate non una, ma mille volte, vanno valorizzate, chi le rispetta va anche premiato, bisogna creare un clima nel quale i giovani imparino che crescere non sia un affare per pochi, ma una ricchezza per molti e che una delle regole che mette in riga tutte le altre è il fare. Fare e fare sempre con gioia, soprattutto quando la gioia nasce dal sacrificio. Sembrerà strano, ma le soddisfazioni più belle nascono nella maggior parte dei casi da quei sacrifici che si vorrebbero abolire per vivere più comodamente il dolce fare niente. Oggi si parla molto degli oratori. Li conosciamo tutti, tutti li abbiamo frequentati, i nostri genitori ci mandavano all’oratorio perché imparassimo qualcosa di utile, come ad esempio studiare, fare un compito, pregare, giocare a pallone con qualcuno che facesse da allenatore, insomma sapevano che il prete era soprattutto al servizio della gioventù, era un formatore straordinario di cui ci si poteva fidare sempre, senza alcun problema. Era molto difficile che all’oratorio si potessero dire parolacce o peggio ancora bestemmie, era impossibile fare tutto quello che si voleva, perché l’educazione era il cardine della vita cristiana. Le regole, cioè il buon vivere, quello che serve a tutti, perché aiuta tutti a star meglio, ha bisogno di essere ripensato, rimodellato, di essere messo sotto la lente d’ingrandimento, perché ci sono problemi enormi che in questi anni di immigrazione e di coronavirus sono stati ampiamente abbandonati al loro destino. Ritornare all’educazione, ripensare la formazione, ritrovare una omogeneità d’azione su temi e argomenti che riguardano tutti, significa ricostruire una identità e una dignità che la globalizzazione sta divorando con una voracità mai vista. Ritornare a pensare ai problemi del nostro paese e a come risolverli dovrebbe essere un imperativo categorico della nostra democrazia, prima che sia troppo tardi e che quella ricchezza così amorevolmente creata e collocata finisca nelle mani di chi tratta il mondo solo dal punto di vista dell’interesse economico, uccidendo in tal modo la nostra storia e le nostre tradizioni.
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