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Caldo, grandine e altre pratiche da sbrigare a livello locale

 15 Settembre 2026 |  Pippo | |

Il clima è cambiato, e con lui sta cambiando anche il nostro territorio, ma noi sembriamo ancora alle prese con la vecchia illusione che tutto possa continuare come prima. Alberto Palazzi, con la consueta ironia e una buona dose di provocazione, ci invita a guardare in faccia una realtà che ormai bussa con forza alle nostre porte: caldo, grandine, siccità e fenomeni estremi non sono più eccezioni. E se non basta lamentarsi, forse è arrivato il momento di capire che anche a livello locale servono idee, interventi e soprattutto una visione del futuro. Perché, alla fine, “bisogna abituarsi” potrebbe non essere una strategia sufficiente.

 

Per decenni ci siamo cullati nell’illusione di vivere in una bolla climatica privilegiata: laghi, boschi, colline e, soprattutto, quel microclima benevolo che spingeva persino i milanesi in affanno a venire qui a “faa la campagna”. Il Varesotto era, in sostanza, il climatizzatore naturale della Lombardia: bastava spalancare le finestre e godersi ciò che, con un pizzico di romantico snobismo, chiamavamo villeggiatura. Quell’abitudine non è del tutto scomparsa. È il clima, semmai, ad aver cambiato abitudini. Il fresco di una volta non è più compreso nel biglietto e la brezzolina serale, un tempo quasi d’ordinanza, oggi la ricordiamo con la stessa nostalgia riservata alla televisione in bianco e nero. Di fronte a questo stravolgimento, sfoggiamo un repertorio di lamentele da competizione, continuando al contempo a genufletterci devoti dinanzi agli altari del libero mercato e del profitto immediato. L’ambiente? Per molti un dettaglio sacrificabile. Ci disperiamo per l’afa soffocante, ma tiriamo dritto come treni. E quando si abbatte la tempesta perfetta, cadiamo regolarmente dal pero, domandandoci come sia potuta accadere una disgrazia così del tutto imprevedibile. Nel frattempo, lontano dalla protezione dei nostri salotti, anche la campagna sta mutando connotati nell’indifferenza generale. Con le stagioni che ormai vanno del tutto a braccio, addio zucchine e benvenuti meloni. I fagiolini tolgono il disturbo per far posto ai fichi d’India. Fra qualche decennio, i nostri nipoti mostreranno la foto di un cespo di lattuga coltivato a Orino e ci domanderanno smarriti: «Ma davvero un tempo qui cresceva l’insalata?». Sarebbe forse il momento di darsi una svegliata, prima che l’asfalto passi allo stato liquido e il territorio a quello di non ritorno. Ma a chi spetterebbe l’ingrato compito? Certo non possiamo scaricare il peso dell’apocalisse sulle sole spalle dei cittadini virtuosi e della loro raccolta differenziata. Serve la politica. L’unica in grado di cambiare le regole del gioco. Peccato che, mentre una fazione tuona contro l’eresia del green deal, le sue menti più brillanti offrano una strategia di rara profondità analitica: «Bisogna abituarsi». L’ha pronunciato, con ammirevole pragmatismo, la seconda carica dello Stato. Grazie, ne faremo tesoro. Eppure, attrezzarsi non è un capriccio da visionari dell’ecologia. È semplicemente una necessità urgente. Ma lasciamo stare questi discorsi sempre divisivi e vengo al punto. Ciò che mi preme affermare è che bisognerebbe cominciare a prenderne coscienza anche sul piano delle conseguenze. E qui servono interventi a livello locale. Quanto al locale non si tratta solo di contenere i fumi, ma di contenere quella che ormai è una’emergenza che ogni due più due si palesa e mette in crisi l’intera popolazione. Come? Introducendo misure fino a ieri neppure immaginabili: pensare a piani urbanistici specifici, allestire barriere antincendio, creare parcheggi coperti (prima che la grandine trasformi le auto in scolapasta), creare rifugi refrigerati per le persone fragili, gestire l’acqua con il contagocce e prendersi cura di boschi e torrenti. E ancora: coltivazioni a prova di solleone, reti antigrandine, invasi di raccolta e una ricognizione seria sugli alberi pronti a cadere al primo soffio di vento. Insomma, il ricettario ci sarebbe. Il problema è che per cucinarlo servono tre ingredienti da sempre introvabili nelle nostre dispense: visione, investimenti e pianificazione a lungo termine. Motivo per cui ripiegheremo drammaticamente sull’unica strategia davvero alla nostra portata: ordinare l’ultimo modello di condizionatore in classe A+++, e pregare il Santo Patrono che la prossima grandinata del secolo si limiti a demolire le carrozzerie delle auto, risparmiando almeno il tetto di casa. (A. Palazzi)

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