RICORDO DEL PICCOLO GRANDE UOMO DELLA CANZONE ITALIANA
BRUNO LAUZI: LE SUE BATTUTE, LE SUE RIFLESSIONI…
Tra le tante persone che ho incontrato nella mia vita, Bruno Lauzi merita un posto d’onore, per la sua arguzia, la sua cultura, la sua capacità di trasformare il pensiero in poche parole cariche di ilare e allegra ironia. La sua filosofia del vivere è sempre attuale, viva, insegna a giocare con la fortuna e la sfortuna, educa alla riflessione e tutto questo è straordinario, perché succedeva e succede in un mondo, quello della canzone e dello spettacolo, legati al gossip e a una diffusa superficialità. Il “piccolo uomo” della canzone italiana ha legato il suo nome a canzoni stupende, scritte per sé e per alcuni dei più grandi nomi del bel canto italiano.
“Una volta ho sentito una donna che, in milanese, ha detto: “Guarda, quello lì è Lauzi”. L’altro le ha risposto: “E’ impossibile, prende il pullman”.
“Quando qualcuno mi chiede un autografo e mi dice: “Scusi se la disturbo”, io rispondo: “ Penso sempre al giorno in cui non me lo chiederanno più”.
“Io sono felicemente risvegliato tutte le mattine. Come apro gli occhi, la mattina, sorrido, perché sono ancora vivo e non era scritto da nessuna parte. Ecco perché trovo la vita un’avventura straordinaria e qualunque incontro è, per me, un motivo di gioia”.
“Io non <credo> in Dio, io <so>, che è diverso. Credere potrebbe essere uno che fa uno sforzo, potrebbe dare l’idea dello sforzo di aver fede in qualcosa. Non è un fattore fideistico, ma logico. Io credo in Dio, per logica”.
“Nessuno può reggere l’onestà intellettuale di una donna”.
“L’artista, il più delle volte, si butta dalla parte del vincente”.
“Gli artisti, nella maggior parte dei casi, sono dei servi. Credono di essere liberi, ma non sono abbastanza furbi da mettersi sempre con il vento in poppa, d’altra parte hanno bisogno del mecenate”.
“In televisione ho sempre trovato spazi proporzionati all’altezza. Essendo io piccino, gli spazi sono stati naturalmente piccini”.
“Ci sono persone che mi fermano per strada e mi dicono: “Perché non viene mai qui a tenere un concerto?”. Io rispondo: “Ditelo a quel signore lì…”.
“Ho insegnato a mio figlio a credere nelle sue idee, come suo padre ha creduto nelle proprie, non nelle stesse idee”.
“Io insegno un metodo, non un risultato”.
“Solo i dittatori insegnano i risultati e dicono: “Da domani si cammina così, si mangia così, si legge questo libro…”.
“Sto cercando di educarmi. Ci sono delle zone di me che sono già passate al lucido e ci sono zone di me, invece, che sono ancora da scartavetrare”.
“Nella vita pratica m’incazzo anch’io, perché non trovo lo spazzolino da denti…”
“Se Dio avesse voluto farci perfetti lo avrebbe fatto. Se ci ha fatto come ci ha fatto bisogna imparare a volersi bene e a sopportarci, anche quando viene la tentazione di non piacersi”.
“I giovani a volte si salvano, come mi sono salvato io. Ho avuto un padre liberale che negli anni cinquanta, anni cinquanta dico, quando suonare una chitarra era una bestemmia e dovevi tenerla nascosta in casa di qualcun altro, perché non potevi portarla a casa, a casa mia, come mi hanno visto entrare con un qualunque strumento, mi hanno detto: “Vuoi andare al Conservatorio? E’ stata la prima frase che mi ha detto mio padre, spiazzandomi. Io ho avuto dei genitori che mi hanno lasciato libero là dove serviva essere libero, mentre magari non mi lasciavano uscire di sera, però mi hanno lasciato libero dentro”.
“Possibile che nessuno più insegni ai ragazzi e magari nel doposcuola ai genitori dei ragazzi che si cede il posto sugli autobus agli anziani, che non si sputa per terra, che non si buttano le cartacce, che non si dicono bestemmie là dove c’è gente che potrebbe soffrirne?”.
“L’informazione non si può affrontarla con il contagocce, o la si accetta tutta o, come Battisti, la si richiude”.
“Battisti, rivolto ai giornalisti, diceva: “Siete voi che avete bisogno di me, non io di voi, perché il giorno dopo avervi dato settemila interviste, se precipitassi all’ultimo gradino della scala dei valori e vi venissi a dire piangendo: “Adesso ho bisogno io di una intervista e la chiedo io a voi”, voi direste: “Sì, memori di quello che hai fatto per noi te la daremmo, ma purtroppo il nostro direttore non ci dà lo spazio. A questo punto, sapendo che se cadessi non mi tirereste su, io devo aiutarvi a fare i giornalisti”. Per dimostrare che non ce l’aveva con loro, gli ha regalato un concerto al Circolo della Stampa di Milano, per dimostrare che non era un fatto personale. “Faccio un concerto per voi e per le vostre famiglie, basta che lasciate taccuini e penne a casa”. Così è stato. Con Mario Lavezzi e due chitarre, in una sala tutta stucchi e oro, che non c’entrava niente con la sua poetica, ha fatto un concerto tra i più memorabili che io abbia mai visto”.
“Il testo di una canzone è un po’ come essere invitati a una festa, a patto che porti anche tua sorella buona. Non saprai mai, autore di testi, se quello che hai detto funzionerebbe di per sé o sempre nel ricordo di quel violino che parte da dietro e che gli fa quel ghirigoro intorno”.
“Le mie canzoni sono tristi, portano al suicidio. Nei miei spettacoli dico sempre che scrivo canzoni tristi, perché quando sono allegro, esco”.
“Solo in Italia esiste la categoria del cantautore, non perché all’estero non ci sia gente che si canta quello che scrive, ma perché considera questo fatto una specializzazione quasi razzistica, per cui sei nettamente superiore perché lo fai, rispetto a quelli che non lo fanno. Se fosse nato qui Frank Sinatra, oggi come oggi, non avrebbe trovato un pezzo da incidere, perché gli autori se li cantano”.
“Noi primi cantautori, cosiddetti cantautori, non eravamo una categoria speciale con diritto alla pensione e alla banda quando si muore, eravamo semplicemente dei ragazzi che cercavano canzoni da cantare e, non trovandole, provavano a scriversele da soli”.
“La discografia italiana, che prima ci ha avversato come pericolosi sovversivi, una volta scoperto che eravamo una fonte di guadagno, ci ha divinizzato, ci ha obbligato a diventare una categoria e noi ci siamo cascati dentro con i due piedi, anche perché quasi tutti i cantautori, essendo di matrice marxista, hanno avvertito la possibilità, in questo modo, di diventare dei padri della chiesa, degl’indottrinatori, tanto è vero che poi i cantautori sono diventati snob. Io, ad esempio, non sono mai stato considerato cantautore da loro, tanto è vero che non sono mai stato invitato come cantautore al Club Tenco e ci vuole una bella fantasia!”.
“L’artista è un vigliacco che il più delle volte si butta dalla parte vincente; quando la parte vincente è addirittura quella della sinistra, perché irride la borghesia, è ancora più facile capirlo, che l’artista abbia questa voglia di pencolare in quella direzione, perché secoli di pregiudizi dei borghesi nei confronti degli artisti, hanno portato adesso a un pregiudizio degli artisti nei confronti dei borghesi”.
“Quando io sono davanti alla gente sono un bombardato tra i bombardati. Bisogna tenersi compagnia e stare insieme, perché le bombe possono colpirci da un momento all’altro”.
“A volte i tassisti mi dicono che con me è divertente viaggiare, perché si parla e si chiacchiera, ma mi dicono anche che ho dei colleghi, non faccio qui il nome, che non salutano neanche, che si fa fatica a dirgli buongiorno. Io dico sempre di avere pietà di loro, perché non sono cattivi, hanno solo paura di essere visti troppo da vicino, perché non sono sicuri di sé”
“Il successo non è vincere il Festival di Sanremo, il successo è stare bene con se stessi”.
“Il successo è meritarsi un oscar, senza neanche fare l’attore cinematografico”.
“Io sono uguale da sotto il palco a sopra il palco”
“Più verità dai e più la gente capisce”.
“La gente è molto meno stupida di quanto si voglia far credere, capisce persino vedendoti in televisione quanto sei reale o quanto non lo sei”.
“Io posso fare il Circolo del Golf a Cortina d’Ampezzo, come Chiaramonte e Gulfi in Sicilia, con il mulo, il basto e il cagnolino legato con uno spago: è tutto assolutamente identico, non cambia nulla”.
“Se girate per Milano e prendete il 73, il 12, il 24 o il 27 o la metropolitana, mi troverete, perché io non ho la macchina, io viaggio con la gente”
“Io faccio questo mestiere perché mi piace la gente”.
“La vita è un’avventura straordinaria e qualunque incontro è un motivo di gioia”.
“Come cantante non ho legato geograficamente, molto di più i libri di poesia hanno risentito della mia ligurità, tanto è vero che i due titoli, I MARI INTERNI e quello che è uscito per Laura Rangoni, RIAPPRODI, portano chiaramente dei termini marinareschi. Tra parentesi, questi due libri li ho liberati dai contratti e li ho ripubblicati con una mia edizione che, guarda caso, si chiama, EDIZIONI MARITTIME. Sono stato a marzo, in America, a leggere le mie poesie all’Università di Charleston, come poeta ligure, nell’ambito delle <ospitate> dei poeti liguri. La Liguria, per me, pesa molto, ma in una dimensione molto meno musicale e più poetica”.
“Nel disco più marino che io ho fatto, IL DORSO DELLA BALENA, ci sono due canzoni, CANZONE PER L’AMERICA E GENOVA E LA LUNA, che sono due canzoni di mare, profondamente di mare, una parla di un marinaio camoglino, cioè di me, come se fossi un marinaio camoglino che parte per terre sconosciute e l’altra è proprio una descrizione quasi fisica di Genova”.
“Ho trovato un sistema, un éscamotage per starci abbastanza (a Genova), perché ho spostato molto del mio interesse e del mio lavoro sulla piazza genovese e cerco di passare più tempo possibile qui a Sestri Levante. Qui vedo la Francia, le Alpi Marittime, insomma vedo tutto il golfo della Liguria e mi sembra di esserne, in qualche modo, padrone”.
“Il successo personale di Berlusconi, tre milioni di preferenze, mai visto in Europa e, forse, nel mondo, deriva dal fatto che, ridicolo compreso, è tutto credibile. Dice delle cose che, dette da un altro diventerebbero incredibili, dette da lui diventano credibili, perché lui è così”.
“Solo sudando sangue, impari un mestiere”
“Un episodio significativo della mia vita? Essere stato scritturato e pagato dal Teatro della Tosse a Genova, per portare dei turisti in giro per il mio quartiere, spiegando loro la nostra vita, i nostri balconi, le nostre panchine, tutte le nostre cose…
“Tutto quello che a me ha interessato, nella mia carriera, è unire, come sempre, me al mio essere lavoratore, me persona a me immagine”.
“Le mie azioni si sono sovrapposte perfettamente ai miei sogni di ragazzo, ho già chiuso tre o quattro volte il giro perfetto”.
“Io sono profondamente scorretto”.
“Non potevo cambiare le regole della mia società, che era la mia famiglia, perché le regole erano quelle e dentro quelle regole io potevo fare quello che volevo”.
“La cultura porta con sé la coscienza di non sapere, quindi il senso del ridicolo, il senso del limite. Quella che lei ha voluto, bontà sua, chiamare modestia, ti fa fare il passo indietro e per questo non ho mai saputo vendermi. Paolo Conte ha detto di me: “Lui non si è preso sul serio, l’unico errore vero che ha fatto Lauzi nella sua vita è stato quello di non permettere che la gente lo prendesse sul serio”.
“La musica è il respiro del mondo”
“Sembra che sia finito il linguaggio della canzone”
“Il problema di un artista non è essere moderno, ma essere eterno”
“Una volta approdato al verso scritto, non riesco più a pensarlo musicale”.
“Sto scrivendo commedie musicali, dove l’azione scenica rende la temporaneità della canzone, ma la canzone è come un assoluto che, in tre minuti, comprende l’universo”.
“Battisti mi diceva: “Tu sei l’unico che cantando me, non fai me, sei talmente tu, che qualcuno ti chiederà se hai scritto altro per me”.
“Io vengo dal jazz, come Luigi (Tenco), siamo cresciuti insieme pensando di attraversare l’oceano per andare a sostituire Gershwin che era morto”.
“Nessun imitatore in Italia ha saputo fare la mia voce. Noschese mi ha detto: “Lei è l’unico che non sono riuscito a imitare”. Non c’è riuscito Sabani, che ci ha provato più volte, né tutti gli altri. A questo punto l’unica imitazione che io avvallo è quella che faceva di me Massimo Boldi, camminando in ginocchio con la parrucca bianca”.
“Sono molto preoccupato dello stato di salute della canzone d’amore italiana”.
Battute e riflessioni sono extrapolate dall’ intervista rilasciata da Bruno Lauzi a Felice Magnani, nell’agosto del 2000, al Gourmet di Sestri Levante.