Tutto iniziò nel 1938 con un viaggio in treno, su un vagone diretto a Vienna. Nello scompartimento erano uno accanto all’altro Riccardo Crippa, milanese, tenente dei granatieri, che aveva nel Dna il valore dell’accoglienza e l’amore per l’arte, e Roberto Berger, agiato imprenditore austriaco, ebreo, che a rischio e pericolo voleva condurre in Italia la madre Fanny Engel, dopo che i tedeschi aveva occupato il suo Paese. Non si conoscevano, ma con un gesto di grande altruismo iniziò un sodalizio che nel futuro avrebbe portato beneficio alla comunità di Comerio. “Per carità non vada a Vienna, i tedeschi la cattureranno -gli disse il giovane militare, come ricorda il figlio Tommy nel libro “Onora il padre-Autobiografia di un imprenditore” (Marsilio Editore)- Mi dia un biglietto per sua madre, andrò a prenderla io: sono ufficiale di un esercito loro alleato. Lei mi aspetti alla frontiera”. Fu così che la donna si ricongiunse alla famiglia e tra i due nacque un legame che venne reciso solo dalla morte. Divennero soci nel dopoguerra e a Comerio comprarono una vecchia filanda dove produssero il Caffè Hag che diede lavoro a una sessantina di persone. Quando la ditta si trasferì a Pomezia (Latina), la sua sede, un grande edificio, per volontà dei famigliari, fu donata alla comunità di Comerio. Qui trovano spazio il municipio e tutti i servizi, compresi la scuola primaria e il nido, la sede delle associazioni. Il cuore del paese: si nota anche da lontano, tanto è vasta la costruzione che domina il lago. E il primo atto di questa munificenza è da ritrovare in quel viaggio in treno che poteva risolversi in un arresto. Merita di essere conosciuta la storia dei due protagonisti, tanto affonda le radici nelle guerre del ventesimo secolo. Proveniva dalla Russia Bianca, la famiglia Berger. Parlava lo yiddish, la lingua degli ebrei dell’Europa orientale. Verso il 1870, in seguito ad uno pogrom ordinato dagli zar fu sterminata. Solo due ragazzi si salvarono, percorrendo a piedi più di novecento chilometri fino a Vienna. Uno di loro Ignazio, padre di Roberto, divenuto imprenditore di prestigio internazionale, fu ucciso il 12 marzo 1938, il giorno stesso in cui i tedeschi annessero l’Austria. La sua colpa? Aver creduto, assieme ad altri facoltosi ebrei, ad un possibile patteggiamento con i tedeschi, i quali avevano diffuso tale voce, grazie alla consegna di tanto oro. Furono tutti uccisi, per evitare che svelassero la beffa. La storia di Roberto è iscritta nell’intraprendenza e nel sangue. Tanti familiari finirono nei campi di sterminio: la madre Fanny morì nella strage di Meina, annegata con una pietra al collo, sua sorella finì come donna di piacere per i soldati tedeschi. E lui? Dopo essere stato di nuovo aiutato da Riccardo Crippa, come consulente per l’azienda di famiglia, fuggì in Svizzera con la famiglia dopo l’arrivo dei tedeschi. C’è da trattenere il respiro nel leggere come questa fuga avvenne attraverso le montagne. Poi i contatti con la resistenza, l’ospitalità a Varese dei Crippa. E la sua intraprendenza ben si coniugò con l’intelligenza emotiva del suo salvatore con il quale iniziò una nuova attività e una nuova vita. La storia della loro intesa è testimoniata in quel monumento sepolcrale di Roberto nel cimitero di Comerio, opera di Vittoro Tavernari, commissionato da Riccardo: attraverso il racconto della storia di Mosé e dell’esodo c’è la storia di un’anima che lui aveva saputo leggere, attraverso la sofferenza, l’accoglienza e l’arte. Lunedì 27 gennaio alle ore 11,15, in occasione della giornata della memoria, alla presenza degli alunni delle scuole, verrà inaugurata una mostra nella piazzetta Crippa e Berger dal titolo “L’arte dell’amicizia. Una pietra per non dimenticare”.
Federica Lucchini
