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Isidoro Cioffi – Direttore della U.O. psichiatrica del Presidio del Verbano…

 7 Gennaio 2016 |  Pippo | |

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“Ringrazio i miei pazienti per avermi permesso di trovare in me stesso sentimenti che non sapevo di avere”. Parlare con Isidoro Cioffi – Direttore della U.O. psichiatrica del Presidio del Verbano e strutture territoriali – della sua professione, equivale ad un’immersione nella natura più profonda dell’uomo, con quell’attenzione e quella professionalità, insite in coloro per i quali il Lavoro si scrive con la maiuscola. “La psichiatria mi ha insegnato tanto: è un continuo lavorio su se stessi; ti dà un’intensità di emozioni incredibili” e cita l’esempio del paziente che ti chiede un abbraccio e con questo gesto ti comunica tutto se stesso. Dietro di lui nel suo studio dell’ospedale di Cittiglio c’è una grande pittura realizzata da un gruppo di pazienti: vasta la gamma di colori usati e accostati durante il laboratorio di arteterapia fondamentale per esprimere le loro angosce. E’ l’immagine adeguata da sfondo a un colloquio all’insegna della pluralità di interventi in una realtà che sottolinea la continuità tra l’ospedale psichiatrico e il territorio. Per chi è esterno, sorprende e conforta il sapere che in un reparto per pazienti acuti, ci sia un medico che ti dice: “Io rifarei tutto il percorso che ho effettuato perché il lato umano è preponderante e sono tante le soddisfazioni vissute quando esperienze ai limiti del dramma trovano un loro equilibrio e incontri i pazienti e i familiari che ti ringraziano con quel calore che ti fa comprendere che sei sulla via giusta. Stringi rapporti con pazienti che hanno una sensibilità molto sviluppata e con loro devi usare tutta la professionalità e umanità possibili, stabilendo una comunicazione consapevole, mai improvvisata Bisogna soppesare i sorrisi, per non rompere equilibri costruiti nel tempo, bisogna vivere l’empatia col paziente nei suoi diversi momenti, bisogna abituarsi a una comunicazione genuina”. Questo approccio professionalmente umano richiede una forte motivazione di base ed è efficace usare il termine “missione” per definire la scelta di vita che ti fa stare a contatto con varie umanità. Sorride felice quando ricorda l’incontro con i Fichi d’India – durante la “Folle notte”, uno dei tanti momenti creati per rompere le barriere, che al termine dello spettacolo gli hanno chiesto: “Ma quali sono i pazienti?”. Dietro a tutte queste soddisfazion, “aleggia” la figura del professor Edoardo Balduzzi, il suo maestro, che già frequentava da ragazzo, compagno di liceo del figlio Cesare; iniziatore e stimolatore di un percorso destinato a non più retrocedere, ma a continuare ad aprire le porte per offrire stimoli al disagio psichico.
Il colloquio con il dottor Cioffi apre un mondo che permette di conoscere il grande lavoro sul territorio, “effettuato da volontari, enti, associazioni, scuole, semplici cittadini, fino a costituire una rete accogliente per i “nostri” pazienti così provati dalla sofferenza, insieme a chi vuole loro bene”, afferma. E numerose sono le proposte atte ad un coinvolgimento che contribuisce a dipanare quel filo che penetra nei meandri più oscuri della psiche: dall’arteterapia allo sport, al teatro. Significativa quella frase di tre studentesse dell’istituto superiore Isis di Luino che hanno frequentato la Psichiatria del Verbano come stagiste condividendo le attività del personale e dei pazienti: “La normalità l’abbiamo trovata qui, quando i pazienti con un sorriso ci comunicavano che erano contenti di fare la riunione quotidiana insieme a noi. Fuori, nessuno è mai stato in grado di guardarci così”. Scrive Cioffi nella presentazione de “La psichiatria nel Verbano (1981 – 2011): “La gente della sponda lombarda del Verbano si è rivelata interessata al recupero di chi è stato escluso andando molto oltre ad un’azione superficialmente umanitaria e pietistica. Parafrasando un celebre brano dallo scritto Se questo è un uomo di Primo Levi, l’azione degli specialisti e della società deve “ridare” al paziente le persone amate, la casa, le sue abitudini, tutto infine, letteralmente tutto quanto possedeva prima di stare solo con il proprio disagio: unicamente così non sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente a chi ha perso tutto, di perdere se stesso”.
Federica Lucchini

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