Il quadro è abbastanza preoccupante – Menta e Rosmarino intende avviare su questo tema un’ampia discussione. Contributo di Luciano Folpini

La cultura della nostra gente è sempre stata preminentemente pratica, una cultura di mani che non sanno stare ferme e di pensieri che devono trovare sbocco nel fare; comportamenti che derivano dal concreto di una lunga storia contadina, anche se poi sfociata in un lavoro nelle fabbriche, nei laboratori artigianali, nella ceramiche, nelle filande e nelle officine meccaniche ….
Gente istintivamente semplice, laboriosa, pratica e pragmatica. Vincente.
Purtroppo per noi è finita una stagione economicamente felice. La piccola e media industria e l’artigianato, che negli anni giusti hanno rappresentato il motore del rinnovamento e della ripresa, hanno cominciato a vivere momenti difficili specie da quando lo sviluppo economico ha cambiato localizzazione produttiva. Per altro, colpe ne abbiamo anche noi.
C’è chi dice che abbiamo investito troppo nella casa e troppo poco nella crescita industriale (e soprattutto tecnologica), altri sostengono che abbiamo sbagliato a puntare sulla produzione agricola (formaggi e formaggini d.o.c., allevamenti, vino, agriturismi… ) quando invece
sarebbe stato utile fornire un sostegno a quella piccola e media industria che per noi ha saputo rappresentare qualcosa di significativo.
Alcuni invece ritengono che, stante la bellezza dei nostri luoghi, forse sarebbe stato opportuno investire sull’industria turistica.
Fatto sta che il lavoro è inesorabilmente affondato nelle nebbie e la maggior parte di noi è andata in confusione, costretta a scegliere tra un vecchio mondo in cui non riesce più a stare e uno nuovo in cui tutto è possibile e nulla pare avere consistenza.
Il quadro è abbastanza preoccupante e

 

Menta e Rosmarino intende avviare su questo tema un’ampia discussione.

 

Riceviamo

Carissimi  vi invio questa mia nota nel caso vi possa interessare
Cordiali saluti
Luciano Folpini

 

Appello di menta e rosmarino
L’appello largamente condivisibile di Menta e Rosmarino mi è sembrato cadere a fagiolo poiché questa estate ho passato alcuni giorni di vacanza a san Vigilio di Marebbe in val Badia, e già stavo confrontando la sua realtà con quella di Gavirate da dove vivo ormai da 18 anni per cui a buon diritto, mi sento gaviratese.
Quello che mi aveva colpito era stata la fierezza dei paesani per la propria lingua, tradizione, storia, territorio, cui hanno dedicato un importante museo, e il loro grande senso civico che non perde occasione per esaltare la propria identità.
Tra loro parlano ladino e alle manifestazioni prima presentano in ladino, poi italiano e infine tedesco.
Già nella piazza principale fa discreta presenza la statua di Katharina Lanz, chiamata la Giovanna d’Arco del Tirolo nata lì nel 1771.
La sua storia, che non può che farci sorridere, racconta di una patriota tirolese, che si oppose all’occupazione francese. All’età di 25 anni si era trasferita nei pressi di Bressanone proprio quando le truppe bavaresi-napoleoniche invasero la Contea del Tirolo.
Katharina partecipò alla battaglia di Spinga del 2 aprile 1797 durante la quale il borgomastro riferì che fu vista in piedi sopra il muro del cimitero, armata solo di un forcone, che respingeva i nemici che si lanciavano all’attacco. Dopo di allora si seppe soltanto che ottantenne fu sepolta con gli onori militari.
Questa citazione bastò per farla diventare nel 1807 simbolo della lotta per la libertà del Tirolo durante l’Insorgenza tirolese.
Spontanea nasce la domanda: ma a Gavirate non c’è nessuno che possa essere citato come campione cui possa essere eretto un monumento? Eppure nel risorgimento non sono pochi quelli che hanno dato la vita per la Patria (scusate la parolaccia) come dimostra anche il viale davanti al cimitero.
Qualche targa quasi dimenticata si può trovare girando per le vie del paese ma queste non indicano simboli in cui tutti si possano identificare, anche perché si notano profonde divergenze ideologiche, alcune nate già prima della seconda guerra mondiale, che impediscono ancor oggi di unirsi per il bene comune del paese.
Forse si potrebbe pensare anche a qualche imprenditore che ha generosamente donato alcune strutture ancor ben visibili, ma purtroppo in genere in stato di abbandono.
Di antico si è salvato poco, a parte l’importante chiostro di Voltorre che però, stranamente, non identifica il paese ma solo una parte di esso, mentre alcuni palazzi storici che potrebbero essere valorizzati, o sono in stato di abbandono o ne hanno cancellata l’identità fatti salvi il municipio, il palazzo Ponce de Lèon e la villa de Ambrosis, diventati comunali.
Ma ritorniamo a san Vigilio per vedere cosa d’altro ci può insegnare.
Qui, come in ogni altro piccolo paese tirolese, esiste una banda di oltre 60 paesani di tutte le età, poiché qui la passione per la musica è comune a tutti ed è coltivata sin dall’asilo dove ogni settimana sono dedicate quattro ore alla musica.
La banda si esibisce qui due volte la settimana nel periodo estivo con un repertorio molto ampio che propone anche ad altri paesi.
Invece la nostra banda, che ha una lunga e celebre storia, purtroppo non può pescare i suoi elementi nel paese ma deve prenderli un po’ dovunque, a volte condividendoli con altre bande, così come capita al coro Val Tinella.
Poi come non ammirare il senso civico dei cittadini tirolesi che incoraggia gli ospiti a imitarli, nessuna scritta sui muri, i bisogni dei cani accuratamente raccolti, le strade pulite già dai frontisti delle belle case con le finestre ornate.
Qui un gaviratese mi raccontava che ha l’abitudine di raccogliere carte e strappare erbacce quando va per le vie del paese, ma più di una volta si è sentito sfottuto, evidentemente da chi non ama il suo paese, perché quello era un compito del Comune (ma comune non significa forse comunità di persone?).
Da notare che quest’armonia, che porta tutti a collaborare per il bene comune ed è respirata pure dagli ospiti, si traduce poi in iniziative vantaggiose anche sul piano economico.
Il confronto potrebbe procedere, ma questo basta per affermare che il primo problema sta nel carattere anonimo dei nostri paesi di cui Gavirate è solo un esempio.
Quando all’inizio del 2000 mi stabilii a Gavirate, era già 15 anni che avevo avuto una casa per le vacanze a Bregano e frequentavo i comuni del circondario, mi piaceva molto il territorio per cui quando decidemmo di lasciare Milano fu quasi naturale scegliere Gavirate come luogo in cui abitare.
Ci arrivai con tanto entusiasmo convinto di trovare un ambiente più vivo dell’anonima città ma rimasi deluso dal carattere chiuso degli abitanti e dalla mancanza di un’identità su cui tutti potessero identificarsi. Basti dire che Gavirate è chiamata la città dei Brutti e Buoni, un nome che non è esclusivo, visto che il marchio riguarda solo la carta con cui sono confezionati e non il nome.
Volli comunque approfondirne la storia per cercare di capirne l’anima e nel 2006 feci una ricerca i cui risultati ho pubblicato sul mio primo DVD: Gavirate, alla ricerca dell’anima che contiene oltre 1400 immagini, e grazie al sindaco di allora, Felice Paronelli, fu distribuito a tutta la cittadinanza.
Col tempo il disco divenne obsoleto a causa dell’abbandono da parte di Microsoft di alcune tecnologie per cui nel 2015 ho realizzato un programma che comunque consente di leggerlo, ma che nessuno mi ha mai richiesto, un e-book che ne raccoglie i testi e alcune immagini, e un filmato, tutti disponibili gratuitamente sul mio sito, ma per i quali nessun commento ho mai ricevuto.
Ma la cosa più importante fu che mi permise di identificare alcuni temi che mi sembravano interessanti per costruirci sopra una nuova identità che superasse quella commerciale andata perduta.
Tra quelli potenziali scelsi quello dell’arte, visto che non erano pochi gli artisti che avevano avuto presenze significative nel nostro territorio.
Per cominciare scelsi Luigi Brunella che era titolare di una vasta produzione di opere e che a mio avviso non era valorizzato in modo adeguato. Era nato nella vicina Bardello, ma la sua vita artistica si era svolta quasi interamente a Gavirate, dove ancor forte è il suo ricordo.
Nacque così nel 2007 il progetto: Settimane gaviratesi per il quale, con l’aiuto del sindaco Felice Paronelli, fu formata una commissione per dare suggerimenti, da cui presto parecchi si defilarono poiché non videro la possibilità di un tornaconto personale.
Comunque con pochi aiuti nacque il calendario dedicato a Luigi Brunella, una serie di DVD e sette serate, realizzate ogni volta in posti diversi, cui parteciparono più di 1500 persone e durante le quali si esibirono il coro Val Tinella e la corale, si tennero due incontri sulla fotografia e sulle icone e furono proiettati i DVD.
Particolarmente emozionate fu la proiezione sulla opere di Luigi Brunella fatta nella antica chiesetta di san Michele che il pittore utilizzò per un certo tempo come scuola di disegno e pittura, cui parteciparono numerosi suo ex allievi.
Lo stesso DVD fu poi proiettato con grande successo anche a Bardello alcuni mesi dopo.
Mi ero illuso che questo avesse potuto diventare un esempio per ripetere l’iniziativa con altri artisti, ma il tutto cade nel vuoto non senza alcune polemiche che mi dissuasero dal proporne altre.
Tuttavia cercai a più riprese e a più livelli di stimolare la nascita, quanto meno, di un piccolo gruppo di persone che potesse elaborare idee su cui costruire una nuova identità su cui potessero convergere tutte le persone di buona volontà, ma purtroppo ogni tentativo raccolse scarsi consensi e molte lamentele (si potrebbe fare però chi poi ti ascolta, è cosa che riguarda i giovani).
Questa sintesi ovviamente non dà una risposta alle domande poste dall’appello di Menta e Rosmarino, ma vuole sottolineare che se non si comincia da una iniziativa culturale per elaborare idee per valorizzare alcuni dei tanti temi tipici locali e adatti a promuovere sinergie di più paesi attorno a un unico e articolato progetto, sarà ben difficile che qualcuno decida di investire risorse che vadano a vantaggio del territorio

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